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    Home»Culture»Un antichissimo consiglio
    Culture

    Un antichissimo consiglio

    Paolo PiccinniBy Paolo PiccinniMarzo 20, 20210 Views4 Mins Read
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    Capita probabilmente a molti l’essere accompagnati nella vita da alcune frasi o affermazioni significative che, lette o ascoltate anche una sola volta, rimangono nella mente e vengono ripetutamente confrontate, anche dopo molti anni, con le esperienze. Certo è troppo dire che tali frasi costituiscano una guida nella vita, ma non che esse appartengano a quegli aspetti di continuità che sono presenti anche nelle esistenze meno lineari.

    Foto di Paul Brennan da Pixabay

    Vorrei qui menzionare due affermazioni che, da me ascoltate in tempi diversi, continuano ad accompagnarmi e a farmi riflettere. La prima affermazione è antichissima ed è la risposta di Sant’Agostino (Ep. 118) ad un giovane che gli chiedeva quali fossero le principali vie per avvicinarsi alla Sapienza: «La prima è l’umiltà, la seconda è l’umiltà, la terza è l’umiltà, e per quante volte tu me lo chiederai risponderò sempre nello stesso modo». Ricordo di aver ascoltato questa citazione di sant’Agostino da ragazzo, in un’intervista televisiva al cardinale Michele Pellegrino, arcivescovo di Torino negli anni Sessanta e Settanta. Alla citazione, l’autorevole cardinale Pellegrino aggiunse un suo commento: «Se l’Uomo non ha umiltà, non vedo cosa possa fare di buono».

    La seconda affermazione che vorrei riferire è in qualche modo più semplice e meno filosofica. Una mia amica, cresciuta negli Stati Uniti e tornata dopo ampie esperienze internazionali in Italia, suo paese di nascita e di origini, mi disse che purtroppo il nostro paese le sembrava essere in ampia misura un paese di frustrati. In un incontro di un’importante Fondazione, ispirata alla figura e all’opera di don Luigi Di Liegro, la mia amica osservò esplicitamente come la frustrazione fosse stata del tutto assente nella vita e nell’attività sociale e a favore degli ultimi di don Di Liegro.

    Foto di Anemone123 da Pixabay

    Entrambe le affermazioni sopra riportate mi hanno al momento un po’ stupito. Perché proprio l’umiltà è la prima, la seconda, la terza e le successive vie? La frustrazione è veramente così radicata qui tra noi? Per caso la frustrazione si nutre anche di presunzione? Vi è qualche legame tra l’umiltà e la frustrazione e dunque tra le due affermazioni, che mi sono sembrate così importanti? Naturalmente, la vita aiuta a osservare e a comprendere.

    Chi ha un’esperienza di lavoro sufficientemente prolungata sa che in ogni ufficio, azienda, scuola, università, vi sono persone che, finché in servizio, sembrano essere punti di riferimento. Alcune sono decisamente importanti, altre solo ingombranti. Ma in non pochi casi, dopo qualche tempo che queste persone hanno lasciato il loro incarico, vengono gradualmente dimenticate, fino addirittura a sembrare come se non ci fossero mai state. Altre persone, magari meno visibili nell’ambiente di lavoro, vengono invece a lungo ben ricordate, e anche dopo parecchi anni si riconosce un chiaro segno del loro operato e del loro stile. Un eloquente esempio è il già citato don Luigi Di Liegro, la cui opera è stata così significativa da essere oggi non solo ricordata, ma anche continuata in vari ambiti, inclusa la Fondazione che porta il suo nome.

    Per focalizzare il ruolo dell’umiltà e della frustrazione può essere utile ricordare l’etimologia delle due parole: il termine umiltà proviene da humus, e presuppone dunque il saper tenere i piedi per terra e avere un rapporto corretto con la realtà; frustrazione proviene invece dall’avverbio frustra, che il dizionario latino traduce con la sequenza inutilmente, senza ragione, erroneamente. Anche solo da ciò, sembra proprio vero che l’umiltà sia premessa essenziale per fare qualunque cosa buona e duratura, mentre la frustrazione ne sia un impedimento.

    Foto di Lukas Bieri da Pixabay

    Naturalmente, la frustrazione non è una scelta, né qualcosa che si va a cercare. Piuttosto, può accadere di rimanerne vittima, in modo più o meno ampio e più o meno temporaneo: si sa che nella vita non mancano le aspettative disattese, le illusioni e disillusioni, il non sentirsi visti o considerati, l’avvertire una carenza di identità. Ma nei casi più strutturati, le conseguenze di una frustrazione possono essere devastanti, sia per il soggetto che per quanti hanno la sventura di essere tra le sue interazioni.

    Pensando al futuro, sarà utile se noi insegnanti, oltre a tenere “con umiltà” i piedi per terra, sapremo alleggerire le prossime generazioni dal peso delle nostre frustrazioni, a quanto pare così diffuse in questi tempi e in questo paese. Molto dell’insegnamento passa attraverso l’esempio e la testimonianza, che volontariamente o meno offriamo ai giovani. Cerchiamo dunque di non contaminarli, e di aiutarli a costruire i mezzi per fare meglio di noi. Sarà anche più facile essere ben ricordati.

                                                                Foto di apertura di  14995841 da Pixabay

    Autore

    • Paolo Piccinni
      Paolo Piccinni

      Nato nel 1952. Professore a contratto, in precedenza ordinario di Geometria, all’Università Sapienza di Roma. Ho trascorso periodi di studio e ricerca in varie istituzioni negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Austria. Sono figlio di un giornalista.

    frustrazione generazioni future insegnanti umiltà
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