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    Home»Attualità Internazionale»Le armi spuntate dell’Europa per la pace a Gaza e in Ucraina
    Attualità Internazionale

    Le armi spuntate dell’Europa per la pace a Gaza e in Ucraina

    Giampiero GramagliaBy Giampiero GramagliaSettembre 20, 202530 Views6 Mins Read
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    Le speranze di pace muoiono uccise dai cingolati israeliani, a Gaza City, e dai droni e dai missili russi nelle città ucraine. E l’Europa, quella dell’Ue e quella della Nato, che in larga parte si sovrappongono, che cosa fa per fermare i cingolati e per tenere a terra droni e missili?

    Fronte Striscia di Gaza, dopo avere traccheggiato per mesi, avere contato quasi 65 mila vittime ed avere assistito al lancio dell’assalto finale, la Commissione europea ha proposto la sospensione di facilitazioni commerciali concesse a Israele e sanzioni ai ministri estremisti del governo israeliano ed ai coloni violenti, nel tentativo di esercitare pressioni perché il governo Netanyahu cambi rotta.

    A distanza di una settimana, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen dà corpo a quanto aveva prospettato nel discorso sullo stato dell’Unione di mercoledì 10 settembre, davanti al Parlamento europeo in sessione plenaria a Strasburgo. Ma tra il dire e il fare c’è ancora l’assenso, per nulla scontato, del 27, da sempre divisi sul Medio Oriente ancora più che sull’Ucraina.

    Nei confronti della Russia, invece, si prepara l’ennesimo pacchetto misto di sanzioni econonico-commerciali-diplomatiche – il 19°, se i conti sono corretti -, quasi sicuramente non determinante come tutti gli altri. UvdL concretizza la sua visione di una ‘Europa di lotta’, che cerca di difendersi in un Mondo dove arroganza e prepotenza, attaccamento al potere e sfoggio di forza sono nel Dna di leader come Donald Trump, Benjamin Netanyahu e Vladimir Putin.

    Politico scherza, ma non troppo, quando scrive che Trump è diventato “il presidente dell’Europa”: un ruolo che non c’è, ma che il magnate si attribuisce. E c’è un po’ da vergognarsi quando si vede “la pompa e lo sfarzo” – lo scrive la Cnn – che i reali britannici sciorinano per i ‘cugini d’America’ Donald e Melania, in visita di Stato nel Regno Unito, con l’intento di catturarne la benevolenza ed evitarsi momenti sgradevoli.

    La prossima settimana, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite, al Palazzo di Vetro di New York, metterà a nudo la relativa unità europea sull’Ucraina e le profonde differenze sul Medio Oriente: Gran Bretagna, Francia, Belgio, Lussemburgo e pure Canada e Australia s’apprestano a riconoscere lo Stato della Palestina; Spagna, Irlanda e altri lo hanno già fatto; Germania, Italia e altri esitano; l’Ungheria e la Slovacchia sono contrarie.

    Striscia di Gaza: un cumulo di macerie, per Smotrich “una miniera d’oro”

    Nella Striscia, nelle prime battute di quella che dovrebbe essere la fase finale dell’operazione Carri di Gedeone 2, l’esercito israeliano ha occupato il 40% della principale città e ha fatto un centinaio di vittime. L’attacco è condotto con nugoli di carri – quelli più vecchi sono stati adattati a bombe semoventi -, ma anche con droni ed elicotteri.

    I militari hanno deciso di aprire una seconda via di fuga verso il sud, oltre a quella costiera: si stima che quasi 400 mila persone abbiamo abbandonato le proprie abitazioni per sottrarsi alla furia dell’attacco. Il ministro della Difesa Israel Katz azzarda improbabili equazioni: “Vogliamo prendere il controllo di Gaza City perché è simbolo del governo di Hamas. Se la città cade, Hamas cade”. Ma capi e miliziani non sono più lì: le truppe israeliane non incontrano resistenza, demoliscono e basta.

    Per il ministro delle Finanze Besalei Smotrich, un oltranzista come Katz, la Striscia di Gaza sarà, dopo la guerra, “una miniera d’oro immobiliare”: sono stati avviati negoziati con gli americani, spiega, per dividersi il territorio e fare sì che la ricostruzione “si paghi da sola” (e ripaghi anche Israele delle spese sostenute per ridurla a un cumulo di macerie).

    MO; Ucraina: Trump sceglie il “laissez-faire”

    Mentre l’attenzione del Mondo si concentra su quello che accade nella Striscia, in Ucraina la guerra va avanti: le illusioni suscitate dal vertice di Ferragosto in Alaska tra i presidenti Usa Trump e russo Putin sono svanite, come un sogno d’estate. Non si parla più d’un vertice tra Putin e l’ucraino Volodymyr Zelensky e tanto meno di una tregua. Anzi, c’è un’escalation: droni russi su Polonia e Romania, manovre contrapposte lungo la frontiera tra Alleanza atlantica e Russia e Bielorussia.

    Per Dmitry Peskov, il portavoce di Putin, la Nato è in guerra con la Russia. Stefano Feltri chiosa: “Non ancora, ma potrebbe succedere”.

    Netanyahu approfitta, scrive il New York Times, dell’atteggiamento da “laissez-faire” di Trump, “che né gli chiede di frenarsi né avalla apertamente l’attacco”, consentendogli di dare per acquisito “il via libera alle sue azioni”. E così è, in realtà, se l’attacco parte mentre il segretario di Stato Usa Marco Rubio è a Gerusalemme e non batte ciglio.

    Lo stesso atteggiamento Trump ha verso Putin. Gli episodi verificatisi la scorsa settimana, che ci si poteva aspettare inasprissero le tensioni fra Nato e Russia, hanno creato un ulteriore spartiacque nell’Alleanza atlantica. Gli europei sono preoccupati; gli Usa fanno spallucce alle provocazioni, dando per assodato che di ciò si tratti, e tornano a scaricare sull’Ucraina e sull’Ue le responsabilità di fare finire la guerra, dandola vinta alla Russia, oppure di protrarla, sostenendo lo sforzo militare ucraino comprando armi a Washington per darle a Kiev.

    Incapace di ottenere alcunché da Putin e neppure intenzionato a prendere misure contro la Russia, nonostante periodiche roboanti minacce di sanzioni inaudite, Trump adesso dice che la guerra in Ucraina finirebbe se i Paesi della Nato la smettessero di comprare petrolio dalla Russia – cosa che ormai fanno in modo significativo solo i ‘trumpiani’ dell’Ue, i premier ungherese Viktor Orban e slovacco Robert Fico – e imponessero dazi dal 50 al 100% sull’import da Cina e India, Paesi che comprano petrolio dalla Russia.

    Intanto, Kiev rischia di restare sguarnita di difese aeree, a causa di rallentamenti nelle consegne degli aiuti militari statunitensi. E stima a 120 miliardi di dollari il fabbisogno per la difesa nel 2026, anche se la guerra con la Russia finisse: semplicemente, per mantenere un livello di sicurezza adeguato. Chi pagherà? Su questo punto, Trump, Putin e Zelensky sono allineati: si aspettano che lo faccia l’Europa. Gaza una riviera, l’Ucraina un bancomat: per Trump, le guerre sono affari.

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    • Giampiero Gramaglia
      Giampiero Gramaglia
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