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    Home»TUTTI al cinema»Monty Python e Fosco Maraini tra ciciarampa e fanfole
    TUTTI al cinema

    Monty Python e Fosco Maraini tra ciciarampa e fanfole

    Guido BassiBy Guido BassiAprile 20, 20210 Views10 Mins Read
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    Da sinistra John Cleese, Graham Chapman, Michael Palin, Eric Idle, Terry Gillian, Terry Jones
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    Questo articolo, pensato prima che se ne andasse, ne è divenuto un ricordo. Si chiamava Giuseppe “Pino” Palazzolo e con sua moglie Patrizia Salvatori aveva fondato e retto fino all’ottobre scorso una piccola vivace iniziativa culturale romana: il cineclub Alphaville, che dopo la chiusura dell’Azzurro Scipioni di Silvano Agosti (ma l’ultima – ottima – notizia è che riaprirà, per impulso dei Ragazzi del Cinema America e di BNL) rimane una delle ultime espressioni di resilienza al progressivo azzeramento di questa forma associativa, dopo il fervore degli anni ’60 e ’70 e la coda a scomparire giunta fino alle soglie della pandemia. Pino non lo vedrà, ma la sorte che sembra segnata per altri locali (non pochi, purtroppo) alla fine del lungo stop, non toccherà all’Alphaville: il loro cineclub si prepara anzi a riaprire, sotto la guida di Patrizia e sempre al Pigneto (il quartiere romano di Roma città aperta, di Bellissima e di Accattone), a poca distanza dalla vecchia sede. Più forte e più potente che pria (capirai!) grazie a una donazione e a una sorta di crowdfunding. Questo ricordo in due tempi (come i film di una volta) è un abbraccio e un augurio.

     

    Primo tempo. Alice e i Monty Python.

    Questo esilarante link mostra Gigi Proietti alle prese con la più conosciuta, grazie soprattutto a lui, delle poesie di Fosco Maraini. Chi ha un po’ d’anni sulle spalle potrà mettere in relazione Il lonfo con un celeberrimo sketch di Walter Chiari, quello del Sarchiapone, e non sbaglierebbe. È tornato in libreria Gnosi delle Fanfole (ed. “La nave di Teseo”), il piccolo libro del grande etnologo e umanista che raccoglie sedici di questi suoi poemetti, a venticinque anni dalla prima edizione commerciale, da tempo introvabile. Davanti al libriccino – mio primo, fervidissimo, consiglio per gli acquisti – il filo della memoria si riavvolge.

    Se dobbiamo dar retta a Wikipedia, il 16 dicembre 2011, in un cineclub romano dal godardiano nome di Alphaville, un pugno di persone avrebbe partecipato a un piccolo, misconosciuto avvenimento cinematografico: la prima proiezione pubblica (il “forse” è obbligatorio), a cura dell’associazione culturale “Homo Faber”, di Jabberwocky, lungometraggio d’esordio dell’americano Terry Gilliam. Secondo l’enciclopedia digitale, la presentazione di due anni fa, in un cine ristorante palermitano, del DVD inglese del 2003 sottotitolato in 20 lingue (disponibile su Amazon ma tuttora irrintracciabile sulle piattaforme dedicate), risulterebbe a tutt’oggi l’unica sortita pubblica del film. Posso testimoniare che non è così.

    Terry Gilliam era allora il leader dei Monty Python, “i sei fratelli Marx della bagarre massmediologica moderna” (Morando Morandini). Sei geniali cialtroni – cinque dei quali brillantemente laureati a Oxford o Cambridge – che in quegli anni fra ’70 e ’80 portarono al successo, prima in televisione poi al cinema, l’espressione più colta e insolente della tradizione goliardica inglese; fino al più prestigioso dei riconoscimenti: il Premio Speciale della Giuria a Cannes, per “Il senso della vita”.  Unico americano dei sei; soggettista, sceneggiatore e attore nei quattro film del gruppo (suoi i pregevoli inserti animati delle pellicole); co-regista del primo (non degli altri, diretti dall’altro Terry – Jones – scomparso un anno fa), Gilliam inizia nel 1977 con Jabberwocky a dirigere in autonomia. Lo fa inaugurando una linea da cui non devierà più: la rielaborazione di classici della cultura inglese ed europea, traslati in distopie tanto eccentriche quanto impeccabili. Meno estremistico di certi jazzisti alla Miles Davis, capaci di cesellare una Vie en rose che neanche Edith Piaf avrebbe riconosciuto (però le sarebbe piaciuta), Gilliam non lesina nelle sue storie indizi e molliche grazie ai quali ritrovare, come in certe fiabe, i tratti originali dell’opera presa in esame. Sia essa 1984 di Orwell o La terra desolata di Eliot; Il barone di Munchausen di Raspe (la prima versione in inglese) o il Cervantes dell’Uomo che uccise Don Chisciotte. Lo spunto per Jabberwocky lo prende da Oltre lo specchio, seguito di Alice nel paese delle meraviglie e summa del genio matematico e linguistico del reverendo Charles Dodgson, meglio noto come Lewis Carroll.

    Jabberwocky di John Tenniel, l’illustratore originale di “Alice nel paese delle meraviglie”

    È nel primo capitolo di quell’opera che lo sguardo di Alice, appena giunta nella stanza dello specchio, è attratto da un libro aperto su una poesia dal titolo misterioso: Jabberwocky. In italiano (versione di Masolino D’Amico): Ciciarampa. Questa, la prima quartina del poemetto; la ritroveremo alla fine:

    ‘Twas brillig, and the slithy toves

    Did gyre and gimble in the wabe;

    All mimsy were the borogoves,

    And the mome raths outgrabe.

     

    Non sapete l’inglese?  Niente paura: che ci stanno a fare i traduttori (sempre M. D’A.)?

    Era cerfuoso e i viviscidi tuoppi

    ghiarivan foracchiando nel pedano:

    stavano tutti mifri i vilosnuoppi

    mentre squoltian i momi radi invano.

     Meglio, vero? Eh beh, la propria lingua…

    “Sembra molto bella – disse Alice quando ebbe finito – ma è piuttosto difficile da capire” (Si vede che non le andava di confessare nemmeno a sé stessa che non ci capiva nulla). In un certo senso mi sembra che mi abbia riempito la testa di idee…ma non riesco a capire quali siano. Comunque qualcuno ha ucciso qualcosa: questo è chiaro, in ogni caso…”

    Cosa si racconta in questa strana lingua che mescola termini del lessico conosciuto e parole che nessun vocabolario contempla? Una storia antichissima, letta mille volte: quella di un mostro (una sfinge, un drago) portatore di una maledizione che imprigiona in un sortilegio (una carestia, una peste) l’intera città. Nessuno dei coraggiosi che s’avanzano per combatterlo riesce nell’intento. La spunta un giovanotto, a volte venuto da fuori, su cui nessuno avrebbe scommesso una lira e che trionfa dove avevano fallito i meglio guerrieri. Fa fuori il mostro (Sfinge, Jabberwock o Ciciarampa che sia) e ottiene la mano della principessa. Se è sfortunato (ma dev’essere molto sfortunato), la mano è quella di una bella regina recente vedova, come nella più conosciuta delle storie del genere: quella per cui La settimana enigmistica, fin dal suo primo numero, ha due rubriche come La settimana della Sfinge e L’Edipo enciclopedico. (Nel film, veramente, l’eroe per caso avrebbe preferito la bottaia, racchiotta e generosa quanto è buono e sempliciotto lui; ma gli tocca accettare la bella erede al trono e fare buon viso a cattivo gioco).

    Già due anni prima, il giovane Gilliam e i suoi amici burloni avevano fatto ricorso all’inesauribile riserva di questo patrimonio narrativo (Monty Python e la ricerca del Graal).  Anni dopo ci sarebbe tornato da solo, come alla madre di tutte le storie, nello straordinario La leggenda del Re Pescatore, traendo dal cuore de La terra desolata di T. S. Eliot il tema del mondo devastato dalla prima guerra mondiale per riportarlo alla storia di un professore (un grande Robin Williams), clochard per la ferita di un lutto immedicabile, nella New York contemporanea. Debitamente onorando la furia citazionista del modello inglese.

    “La storia del Graal, nelle sue varie versioni (…), narra sostanzialmente di una terra devastata da una maledizione poiché il suo Re (spesso un Re Pescatore) è malato o menomato, spesso impotente. Per risanare entrambi è necessario ritrovare la santa coppa in cui Giuseppe di Arimatea avrebbe raccolto il sangue del Cristo morente. Vari cavalieri si accingono all’avventura, che è impresa quanto mai ardua e soggetta a fallimenti. Solo il cavaliere puro (Gawain o Galaad o Parsifal) può raggiungere la cappella o il castello dove è custodito il Graal, rispondere ai quesiti sul significato della coppa e della lancia, e salvare in tal modo il Re e la sua terra desolata.” (Alessandro Serpieri)

    E il Jabberwocky? Beh, anche lui ha avuto in dote dal discusso reverendo una rinomanza che ha sconfitto il tempo, conquistando un posto nella lessicografia moderna accanto ad altri giochi in versi – come i limericks di Edward Lear, che piacevano tanto a Gianni Rodari – nati per i bambini e sequestrati dagli adulti. Oggi il termine Jabberwocky indica ormai universalmente quei componimenti fatti di parole in parte vere e in parte inventate; versi che giocano a suggerire più che a dire, aprendo sentieri sempre nuovi nei boschi narrativi (Eco) e in quelli della ricerca di senso. Materia giocosa e serissima nelle mani di chi avrebbe eretto, nel nuovo secolo, un monumento imperituro alla metasemantica: un giovane irlandese che aveva 16 anni quando apprese dal giornale della morte del creatore di Alice e della sua Wonderland: si chiamava James Aloysius Joyce.

     

    Secondo tempo. Fanfole, fole, fanfaluche, aquiloni.

    “Nel 1966 usciva a Bari un esile libro di trentasette pagine, stampato dalla Dedalo litostampa. Sulla copertina verde, sotto il nome dell’autore, il titolo: “La Fanfole” e un piccolo disegno surreale alla maniera cubista. All’interno la dicitura: De Donato editore ‘Leonardo Da Vinci’, Bari, edizione fuori commercio, composta in Garamond corpo 11, in trecento esemplari destinati agli amici dell’autore, dell’editore, dello stampatore – disegno in copertina di Suardino Seccosuardo”. Dopo un breve scritto, che nel paragrafo iniziale l’autore definiva “preambolo teorico”, seguiva un corpus di 12 “Fanfole”. La prima aveva come titolo: “Il giorno ad urlapicchio”. (Toni Maraini)

    Etnologo, antropologo, poeta, anche alpinista e fotografo, Fosco Maraini è stata una delle figure più originali e versatili di umanista e viaggiatore di cultura del nostro novecento. Fiorentino, sposato a Topazia Alliata, nobile siciliana e pittrice, nonché padre di Dacia, Toni (Antonella) e della musicista Yuki (Luisa), ha raccontato in “Case, amori, universi” la sua vita in giro per il mondo: medio ed estremo oriente, tibetano e giapponese, in particolare. “Sono nata viaggiando”, racconta Dacia nel bel documentario di Irish Braschi che porta quel titolo. E può ben dirlo, lei, fiorentina di nascita, con due sorelle di tre e cinque anni più giovani nate a Sapporo e a Tokyo, e un’adolescenza vissuta a Bagheria prima della stabilità romana negli anni roventi del femminismo e del Teatro della Maddalena.

    Di madre anglo-polacca cresciuta in Ungheria, profondo conoscitore delle principali lingue orientali ed europee, appassionato di ogni tipo di vocabolario – lingue, dialetti e gerghi – e di quegli accrocchi di parole che affondano nell’infanzia di un lessico famigliare poliglotta e vivacissimo (eterna Natalia Ginzburg), Maraini è stato il caposcuola italiano di un genere tipicamente anglosassone: quella poesia metasemantica (vedi Proietti), che ha nel poemetto di Lewis Carroll e nella cultura del nonsense (che un senso ce l’ha e come) il principale punto di riferimento. Nascono nell’arco di sessant’anni, fra le Apuane e le Madonie, fra il Tibet e un campo di concentramento giapponese, le sedici poesie raccolte in questo “Gnosi delle Fanfole” che Elisabetta Sgarbi ripubblica oggi, assieme a tutta la sua opera, con un’introduzione della figlia Toni.

    Si conclude qui – tornando al punto da cui era partito, tra fole e fanfaluche – questo ricordo, in morte di Pino, della vita di un piccolo cineclub che tante scoperte come questa ha favorito e tanti “link” sollecitato. E ora aspetta (come tutti noi, porca l’oca!) di poter ripartire. Non è mancata neanche una brillante versione musicale, alle poesie dell’etnologo fiorentino innamorato del Giappone e affascinato da quelle che chiamava “voragini di metasensi”. È venuta dal genio jazzistico di Stefano Bollani e Massimo Altomare, prodottisi anche, deliziosamente, in stile Quartetto Cetra, in questa Il giorno ad urlapicchio. 

    Cinquant’anni fa, per il capostipite inglese, a provvedere erano stati, fra gli altri, Donovan  e Marianne Faithfull, beniamini di quel tempo di chitarre.

    Non poteva essere che una fanfola, in un giorno di giugno di sedici anni fa, a salutare il suo autore. Un aquilone colorato con su scritto: “Bottiglie”. “Non siamo tutti simili a bottiglie”, diceva sventolando in aria, sulla piccola folla raccolta, “ripiene di ricordi e cronicaglie”? “Un giorno la bottiglia si tracassa e il vetro si sbiréngòla nel sole”. “La lessi alla cerimonia funebre a Firenze”, scrive Toni, “prima che la bottiglia tracassata e sbiréngòlata fosse inumata al piccolo cimitero dell’Alpe di Sant’Antonio in Garfagnana”.

    Autore

    • Guido Bassi
      Guido Bassi

      Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

    Cinema Fosco Maraini Monty Python poesia
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