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    Home»Ricerca e innovazione»…Il cittadino discriminato
    Ricerca e innovazione

    …Il cittadino discriminato

    Antonio PerfettiBy Antonio PerfettiMaggio 20, 20210 Views5 Mins Read
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    Una buona parte delle raccomandazioni inoltrate per posta o durante i giorni di apertura all’ufficio di segreteria del parlamentare locale nel Meridione riguardavano negli anni ’70 e ’80 la cattiva ricezione del segnale della RAI. I ripetitori o non c’erano affatto, o non funzionavano e le riparazioni erano sempre in ritardo. La lamentela riguardava in particolare gli abitanti sulle colline o arrampicati sulle dorsali appenniniche che soffrivano di una orografia frammentata, vivevano in paesi piccoli e distanti e si sentivano discriminati dal servizio della TV pubblica.

    Foto di OpenClipart-Vectors da Pixabay

    Per questo si rivolgevano al rappresentante politico, spesso imbarazzato di fronte alle risposte che sapeva avrebbe ricevuto a Roma, ammesso che la sua richiesta fosse presa in considerazione da qualcuno… «C’è un piano di installazione dei ripetitori e la zona non era ancora stata programmata, ma lo sarà certamente nei prossimi mesi; sono stati avviati nuovi contratti con società di manutenzione che interverranno prontamente; il fenomeno riguarda zone particolarmente impervie e di difficile accesso, ma è in costante diminuzione…».

    Poi ci ha pensato la diffusione di tecnologie alternative, ma il tema della inibizione dell’accesso di un utente televisivo che si sentiva un cittadino discriminato si era già posto e nasceva, anche dal lato delle organizzazioni minori, associazioni culturali, piccoli operatori locali, dalla natura monopolistica del servizio. Nel 1975, con la Riforma RAI che fu varata, infatti furono dedicati spazi appositi ai cosiddetti “programmi dell’accesso” ancora esistenti. Identica tematica di accesso ha sempre riguardato molti dei servizi regolati in concessione, se si pensa ai collegamenti marittimi con le isole o alla sopravvivenza delle linee ferroviarie minori e ha accompagnato la crescita del Paese dal dopoguerra.

    Oggi si chiama “digital divide” ma il tema rimane simile, seppure in vesti monopolistiche mutate. Oggi è la tecnologia digitale che discrimina se non hai la connessione – un elemento pratico, geografico, perimetrato, hard – o se non hai una minima alfabetizzazione – un elemento culturale, sociale, anagrafico, di genere, soft – o se non hai le disponibilità per acquistare un device come una volta dovevi possedere penna e quaderno.

    Photo by Charlz Gutiérrez De Piñeres on Unsplash

    Qualcuno ci ha ricamato sopra una storia picaresca, quella di un paese toscano senza connessione che, grazie a questo, è diventato il simbolo di una commedia animata che prende in giro i pericoli di una automazione eccessiva. Ma “il film che nessuna intelligenza artificiale dovrebbe mai vedere” viene prodotto da un operatore globale che punta ad un pubblico digitalizzato e connesso; in fondo sfrutta ironia e leggerezza di chi vive senza copertura ed accetta di non venire considerato un target di mercato redditizio per gli operatori di telecomunicazioni. Ma allora, se le preoccupazioni recentemente espresse dal Ministro Colao sono vere – e lo sono – la conseguenza del digital divide si riflette sulla capacità di esercitare i diritti di cittadinanza in maniera significativa ancor più oggi che in passato. Se il 60% delle famiglie italiane non usufruisce di servizi internet su rete fissa e il 42% degli italiani tra 16 e 74 anni non possiede competenze digitali di base, le ragioni sono contemporaneamente legate alla indisponibilità e mancata capillarità delle infrastrutture oltrechè alla insufficiente educazione all’uso delle nuove tecnologie. Ed è indubbio che questa condizione si riflette sull’esercizio dei diritti di cittadinanza già ora, ma con impatto crescente via via che i processi amministrativi centrali e periferici saranno trasformati dalla accelerazione digitale espressa nel PNRR.

    L’esempio della scuola e delle conseguenze che si sono già rese evidenti dalla discriminazione di fatto determinata dal mancato possesso o dalla limitazione di accesso ed utilizzo dei devices digitali durante i periodi di didattica a distanza è materia che dovrebbe sollevare sentimenti di indignazione ed azioni di protesta pubblica tra i difensori dei diritti civili cui si chiede di aggiornare obiettivi e metodi di fronte alle nuove forme di discriminazione sociale di cui possono soffrire i cittadini. In questo caso si tratta di una forma duplice, relativa sia alla incapacità fisica, materiale di accedere alla Rete, sia alla insufficienza delle competenze per farlo e trarre vantaggi dalle opportunità che offre. Ma non si vedono all’orizzonte nessun movimento collettivo e nessuna emozione politica che somiglino alla mobilitazione per il diritto allo studio tramite l’accesso universale che ha portato in passato le società occidentali a permettere l’alfabetizzazione di massa e la nascita delle nuove aspettative sociali tramite l’istruzione.

    Foto di S. Hermann & F. Richter da Pixabay

    E non si vedono nemmeno tra quelli che soffrono oggi più direttamente di questa nuova discriminazione. Il monopolio tecnologico ed educativo di fatto imposto dalla pandemia che ha mostrato definitivamente la insufficienza dei programmi formativi sui temi digitali non sembra scuotere abbastanza le coscienze civili. La domanda è se questa mancata reazione derivi dalla limitata comprensione degli impatti che queste forme di esclusione dalla cittadinanza effettiva potranno determinare sia nel breve che nel medio-lungo termine, dal diritto di cura della salute che sarà possibile tramite le nuove tecnologie di sanità digitale personalizzate fino al diritto a sognare la realizzazione di effettive chances di promozione sociale. Se ci manca questo collante che tiene insieme cittadini e società mentre tutto si trasforma sotto la spinta di nuove sfide tecnologiche, mancheranno la coesione sociale, le divaricazioni di accesso aumenteranno e i diritti di cittadinanza saranno discriminati di fatto invece che promossi. La conseguenza sul piano politico è l’aumento delle sacche periferiche di ira e di disadattamento mentre su quello sociale sarà la mancata emersione e mobilitazione delle competenze e dei talenti.

    Ma non sono solo questi i temi della discriminazione della cittadinanza ai quali la recente normazione nazionale ed eurounitaria è stata rivolta. Esistono altre forme di discriminazione tecnologica da contrastare.

     

    …continua…

    Autore

    • Antonio Perfetti
      Antonio Perfetti

      Nato ad Ascoli Piceno nel 1955, si è laureato in Scienze Politiche/Indirizzo Economico, con il massimo dei voti. Dopo una iniziale esperienza in Goodyear, ha avviato un lungo tragitto professionale all’interno di IRI Holding e successivamente in Finmeccanica/Leonardo con crescenti responsabilità operative e gestionali nel settore dell’Aerospazio e Difesa. Dal 2009 all’estate del 2016, è stato Amministratore Delegato di MDBA Italia e Executive Group Director Sales and Business Development di MDBA Group tra Parigi e Londra. Dopo quella esperienza ha avviato e completato ristrutturazioni industriali e finanziarie all’interno di grandi aziende quotate. Nel ruolo di Advisor e di Equity Partner di Start Up e PMI innovative partecipa al processo di trasformazione dei prodotti, dei mercati e delle competenze promosso dalla applicazione delle nuove tecnologie digitali.

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