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    Diritti

    In Italia è in atto una carneficina

    Marco Costantini Sbarre di ZuccheroBy Marco Costantini Sbarre di ZuccheroAgosto 20, 20240 Views3 Mins Read
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    In Italia è in atto una carneficina: quella dei suicidi in carcere. Quest’anno, finora, ce ne sono stati più di 60, uno ogni tre giorni. A questi si aggiungono sei guardie carcerarie che si sono tolte la vita: una al mese, vittime di un sistema tremendo e crudele, esistenze sacrificate sull’altare della pena, sia di chi custodisce sia di chi è custodito. Un massacro che promette di non arrestarsi, soprattutto in estate, quando il caldo rende la detenzione un’abominevole tortura. Di quello che succede negli istituti di pena, infatti, non importa a nessuno, se non a quelle associazioni e partiti che da una vita cercano di portare alla luce il dramma italiano delle carceri. Invece, sono molto attenti i cosiddetti operatori di giustizia, che spediscono dietro le sbarre fiumane di persone, allargando le braccia: “Che possiamo fare? C’è la legge che lo impone e l’azione penale è obbligatoria”. Poi succede che una valanga di indagati, dopo aver passato mesi o addirittura anni in restrizione, vengono prosciolti o assolti. Segnati per sempre da un’esperienza intrisa di ferocia, nel corpo e nell’anima. Ma tanto chi se ne frega, no? Non importa a un’opinione pubblica mai sazia di sangue vendicativo, che pulisce la coscienza dei ‘buoni’; eccitata da invettive che arrivano dall’alto e dal basso verso chi deve ‘marcire in prigione’. Un sentimento a sua volta attizzato alla grande dai media, che esultano quando possono dire che il killer (con l’aggiunta di ‘presunto’, per una insopportabile forma di ipocrisia) è uscito di galera, che il corrotto è finito in manette, che il personaggio pubblico è nei guai giudiziari. Un accanimento – quello di giornali, tv e social – tanto generico quanto illimitato, privo di bilanciamento: se parte l’accusa, titoloni e strombazzamenti; se arriva il verdetto di innocenza, un trafiletto e meglio ancora niente, tanto nessuno paga. Se poi arriva una misura ‘svuota-carceri’… lasciamo perdere. Il precetto costituzionale della rieducazione del reo? Una falsità da bruciare sul falò della punizione esemplare. I tre gradi di giudizio? Un soffocante laccio burocratico. I processi arrivano anni dopo le indagini, mentre la macchina del fango spappola vite, reputazioni, onorabilità.

    Perché ci siamo ridotti così? Le ragioni sono tante e affondano le radici nella brutale semplificazione che negli ultimi decenni ha avvolto l’Italia come un raccapricciante sudario: l’iper-penalizzazione, la convinzione che serva una legge – non importa di che genere – per risolvere d’incanto i mali del Paese, e che l’affidamento al circuito giudiziario del compito di bonificare le piaghe della società sia la mossa che monda e salvifica. E scarica le responsabilità. Così, nelle celle si celebra la liturgia dell’idoneo castigo, e molti scelgono di impiccarsi. Un muto grido di angoscia che non vogliamo sentire.

    I motivi sono infiniti, ma in questo Paese serve un gesto forte: la concessione di amnistia e indulto non sarebbe una sconfitta dello Stato, come afferma il Ministro Nordio; anzi, potrebbe sembrare invece un riscatto dello stesso per tutti questi anni di inefficienza. Il prossimo anno sarà l’Anno Santo; per questo abbiamo deciso di marciare verso le sue braccia, affinché possa accogliere il grido di speranza che i detenuti nutrono in lui, e che la sua parola venga ascoltata dai nostri politici, sordi di fronte alle urla strazianti di chi si uccide in carcere.

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    • Marco Costantini Sbarre di Zucchero
      Marco Costantini Sbarre di Zucchero
    Carceri giubileo suicidi
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