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    Diritti

    La notte d’Europa

    Marina SorinaBy Marina SorinaDicembre 20, 20240 Views9 Mins Read
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    Tifosi del Maccabi Tel Aviv a Amsterdam, 7 novembre 2024 (EPA/JEROEN JUMELET/ansa)
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    Abbiamo ricevuto questo articolo da una signora ucraina che ora vive in Italia e lei ha ben interpretato anche il nostro sdegno e le nostre preoccupazioni per i fatti avvenuti ad Amsterdam dopo la partita di calcio. Per molti europei, anche per come è stato presentato da gran parte dei telegiornali, l’episodio è potuto sembrare uno dei tanti scontri fra tifosi di calcio, una triste manifestazione dell’idiozia di gente che non ha meglio da fare. Purtroppo si è trattato di qualcosa di molto più grave: un proditorio agguato organizzato da sedicenti “pro-palestinesi” contro i tifosi della squadra israeliana, non perché tifosi, ma solo perché ebrei. Dunque un vergognoso episodio di antisemitismo, come l’autrice mette in chiaro con la volontà di far riattivare nella società democratica europea i “sistemi di allarme” contro episodi del genere.

    La redazione

     

    Amsterdam, 7 novembre del 2024: un fatto di cronaca o una nuova tappa nella lunga sequenza di atti di antisemitismo che segnano la storia europea? Dipende dai punti di vista.

    Una di queste date storiche, accaduta sempre a novembre, ma del 1938 è la famigerata Kristallnacht. Quella sera ha segnato il punto di rottura, aprendo le porte alle forme più becere di furia antisemita, perpetrata dai tedeschi che si sentivano legittimati a compiere violenze sui propri concittadini. Lo stesso giorno, decenni dopo, cadeva il Muro di Berlino, decretando la scomparsa di ideologia totalitaria in quel paese. Ma la democrazia che è subentrata alle dittature europee è davvero immune all’antisemitismo? I fatti recenti ci obbligano a riflettere.

     

    Tifosi del Maccabi Tel Aviv (Foto: Ian Walton/Getty Images)

     

    Squadre amiche

    In apparenza ciò che è accaduto ad Amsterdam, dopo la partita di Europa League è un semplice fatto di cronaca. Tifosi scatenati di una squadra, dopo la vittoria, picchiano tifosi altrettanto scatenati della squadra avversaria. Uno scenario spiacevole, ma non straordinario; altrettanto prevedibile era la vittoria dell’Ajax ai danni della Maccabi Tel Aviv.

    Da un lato, una squadra con solide radici antifasciste ed ebraiche, dall’altro una squadra israeliana, con un seguito dei tifosi che unisce circa cento mila israeliani laici e religiosi di diversa origine e schieramento politico. Squadre avversarie, ma legate dai vincoli di amicizia, tanto da aver organizzato un evento pre-partita, dove i tifosi hanno cantato e ballato insieme danze ebraiche. Poi sono andati allo stadio, e la Maccabi ha perso per 5 a 0.

    La tifoseria israeliana faceva i soliti casini: cori, fischi, salti, insulti. Si sono comportati male: non hanno mantenuto il minuto del silenzio dovuto ai morti di Valencia. Fra i rapiti il 7 ottobre e i morti nella successiva guerra c’erano anche alcuni tifosi della Maccabi. Per i loro compagni, più del lutto civile spagnolo, conta il fatto che la Spagna abbia riconosciuto la Palestina. Quando hanno avvistato una bandiera palestinese esposta ad una finestra, l’hanno tolta: per loro è un simbolo di violenza e di omicidi, non di resistenza.

     

    Agguato organizzato

    Fuori dallo stadio li attendevano gruppi di persone definite cautamente “olandesi dai nomi arabi”. Alcuni sono arrivati a fine partita con dei minivan, altri giravano in scooter. Divisi in squadre, impugnavano bandiere palestinesi e bastoni. Lo sport che si accingevano a praticare non era il calcio, ma la caccia… all’ebreo.

    Si erano organizzati in anticipo, sulle chat, tanto da essere notati dai servizi israeliani che hanno avvertito tre volte i colleghi olandesi: “State in guardia, raddoppiate la vigilanza”. I giovani erano pronti a dare il benvenuto agli ospiti con “fuochi d’artificio”, a prescindere da come si sarebbero comportati i tifosi del Maccabi; quelli, a loro turno, non hanno pensato di mantenere un profilo basso, probabilmente incoraggiati dalla recente vittoria di Trump, che in Israele è salutato come un salvatore.

    All’uscita dallo stadio, i tifosi israeliani sono stati aggrediti con coltelli, catene e bastoni. Sono stati rincorsi, buttati per terra, derubati, accoltellati, pestati, alcuni anche buttati nei canali. La refurtiva includeva i cellulari, i portafogli e i passaporti, da fotografare ed esporre a mo’ di trofeo nei loro canali social. Hanno dato addosso anche alle donne.

    Ai passanti che risultavano sospetti chiedevano di dire “free Palestine” per dimostrare di non essere degli ebrei. Perché è quello che volevano individuare e punire: l’ebreo, senza distinzione se europeo o israeliano.

    I tifosi del Maccabi che sono riusciti a raggiungere gli alberghi, si sono barricati nelle loro stanze. I persecutori entravano negli alberghi, intimando agli impiegati di tirarli fuori. Ufficialmente i feriti sono stati una decina, ma in realtà erano circa 50. Molti non hanno voluto recarsi in ospedale, visto che gli aggressori sono andati a cercarli anche lì.

     

    La mattina di angoscia

    La reazione di Israele è stata forte: la mattina hanno cercato di mandare aerei militari per il rimpatrio urgente, ma la richiesta è stata respinta dalle autorità olandesi. Si temeva per la sorte di alcuni tifosi che non rispondevano al telefono; a uno dei numeri rispondeva una voce che parlava in arabo.

    Con il passare delle ore li hanno ritrovati tutti ed è finita la paura più grande: che fossero stati presi in ostaggio. L’allarme era rientrato, alcuni colpevoli sono stati arrestati. Erano cittadini olandesi, figli e nipoti di emigrati dai paesi musulmani. Il giorno dopo quasi tutti sono stati rilasciati in piena libertà. Dovranno pagare una multa per il disturbo dell’ordine pubblico, tutto lì.

    Insomma, la storia è finita presto, se non consideriamo le lesioni subite dagli israeliani.

     

    Capitolo chiuso o prima puntata della serie?

    Ma è proprio perché il caso è stato chiuso così facilmente, che rischia di diventare l’inizio di un nuovo capitolo, in cui la violenza è tollerata, se non addirittura approvata dalla società, se a farne le spese è un ebreo, di nuovo colpevole di tutti i mali del mondo, e a perpetuarla è un sostenitore della causa palestinese, la vittima da compatire preferita dei nostri giorni.

    Come si è svegliato il nostro continente la mattina dopo? Sereno e tranquillo: le uniche a notare i paralleli storici allarmanti erano le comunità ebraiche europee. Il re e il premier olandesi hanno condannato fermamente la violenza antisemita. Inizialmente erano sostenuti anche dalla sindaca di Amsterdam, la quale però ha poi ritrattato: “Devo dire che nei giorni successivi ho visto come la parola pogrom sia diventata molto politica e sia diventata strumento di propaganda. Il governo israeliano ha parlato di un pogrom palestinese nelle strade di Amsterdam. All’Aia, la parola pogrom è usata soprattutto per discriminare i cittadini di Amsterdam marocchini, i musulmani. Non volevo dire questo. E non volevo che andasse così”.

    Dunque, era o non era un “pogrom”? Dal punto di vista storico, per fortuna, non lo è stato: i pogrom erano perpetrati con il beneplacito del governo, nei confronti dei propri concittadini e in modo duraturo e sistematico, con massacri e razzie. Al confronto, questo è davvero un episodio durato una notte. Ma c’è chi spera che possa diventare un inizio, un esempio da seguire. Sui canali TV arabi lo definiscono “piccolo 7 ottobre”, un atto eroico, gesta da veri uomini. Lo stesso giorno, in Francia durante una partita di Champions League fra Paris Saint Germain e Atletico Madrid, è stato esposto uno striscione gigante: colorava la sagoma di Israele con la kefiah palestinese, per decretarne la scomparsa.

     

     

    Johan Cruijf Arena di Amsterdam 

    “Una lezione ai sionisti”?

    Anche i titoli dei giornali aiutavano a confondere le idee, o meglio: a convalidare a nuova concezione di giusto e sbagliato. Dal titolo de Il Manifesto “Cori anti-arabi, bandiere strappate. Poi i pestaggi. Cinque israeliani feriti”, si deduce facilmente che a fare i pestaggi siano state le stesse persone che hanno cantato e strappato la bandiera. Le tre azioni erano messe allo stesso piano: un coro offensivo vale tanto quanto una coltellata.

    E in Italia? Tanta, tanta solidarietà con… gli aggressori! In pochi giorni, è stato organizzato e autorizzato un corteo a Milano per i “ragazzi e ragazze di Amsterdam”, anche se fra gli incappucciati non si sono visti né olandesi autoctoni, né donne. I pro-pal hanno sfilato sotto i ritratti di Sinwar, in solidarietà con i fratelli di Amsterdam che hanno dato una “lezione ai sionisti”. Gli oratori si esprimevano in modo forte e chiaro: “Mandiamo un applauso ai giovani ragazzi e ragazze di Amsterdam che hanno dato una lezione. In questi giorni abbiamo visto come i nostri fratelli ad Amsterdam, in Olanda, hanno agito contro il sionismo. Dobbiamo farlo anche qui in Italia, non possiamo rimanere solo a fare le piazze di solidarietà, dobbiamo agire nelle piazze, nei luoghi di lavoro, alle manifestazioni. Bisogna agire ora, non domani.”

    Mi piacerebbe chiedere a loro: “agire” in che senso? Trovare gli ebrei per eliminarli fisicamente? Come farete a decidere chi è ebreo? Nel dubbio, volete cominciare da me? Mi viene in mente una vecchia barzelletta, in cui un padre ebreo dice al figlio che spera di cambiare documenti e farsi passare per un russo: “Figliolo, quando ti menano, colpiscono sul muso, e non sul passaporto”. Infatti, nella mia infanzia sovietica la violenza sugli ebrei era all’ordine del giorno. Eravamo pronti a reagire, a difenderci o a fuggire, a seconda dell’equilibrio delle forze.

     

    Il sonno della ragione

    Ma in Italia, la legittimazione della violenza antiebraica quotidiana è una novità, anzi: un pallido ricordo dei tempi delle squadre in camicia nera. Ora, alla soglia del primo quarto del secolo ventunesimo, scopriamo che i metodi dello squadrismo nazista non sono morti. Non mi piaci? Ti umilio, ti derubo, ti meno. Questo modus operandi non appartiene a una sola nazione. Stavolta l’abbiamo assaggiato in salsa olandese-nordafricana, ma la ricetta è internazionale. Piace a chi preferisce la violenza alla legalità e gli slogan al dialogo. Esportarla sarà d’ora in poi facile, visto che la sera dell’attacco è stata presto derubricata come uno scontro fra i tifosi, anche se era evidente che solo gli aggrediti c’entrassero con il calcio.

    Nel mondo alla rovescia in cui viviamo, un attacco premeditato antisemita si considera alla stregua di una ragazzata, e si dichiara solidarietà a chi ha agito con violenza, indisturbato, ed è tornato a casa senza subirne conseguenze. Ormai il sovvertimento dei significati e l’appropriazione dei termini storici hanno svuotato i concetti basilari della nostra civiltà.

    Chi cerca di combattere la guerra difensiva è considerato guerrafondaio, chi subisce la persecuzione non ha il diritto chiamarlo “pogrom”, chi sta vivendo il genocidio è accusato di perpetuarlo. Si accettano proposte di pace formulate dall’aggressore e si scrive sui social, con molta serenità, “in politica internazionale non esiste il diritto, vale solo la legge del più forte”. Sembra che la società democratica europea abbia spento il sistema d’allarme e vada avanti, come se nulla fosse, trascurando i torti che subisce, ancora una volta, la communita ebraica.

    Autore

    • Marina Sorina
      Marina Sorina

      Nata a Kharkiv, in Ucraina, in Italia dal 1995, laureata e addottorata in letterature comparate presso l’Università di Verona.

      Dal 2012 lavora come guida turistica, traduttrice ed interprete. Dal 2014 fa parte di “Malve di Ucraina” aps, l’associazione che riunisce la comunità ucraina

      veronese. Autrice di due libri di narrativa e traduttrice della letteratura ucraina contemporanea. 

      Iscritta al partito Più Europa dal 2022, membro del direttivo Veronese. Iscritta alla Comunità Ebraica di Verona e al MFE di Valpolicella.

    Ajax Calcio Maccabi Tel Aviv stadio
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