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    Home»Industria»Lavoro ucciso e nato col Covid
    Industria

    Lavoro ucciso e nato col Covid

    Sergio CiriacoBy Sergio CiriacoGennaio 5, 20210 Views8 Mins Read
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    La pandemia genera spinte all’innovazione che potrebbero avere un impatto sistemico simile a quello dell’innovazioni culturali e tecnologiche avvenuto dopo la fine della seconda guerra mondiale.

    I principali fattori sono l’offerta di denaro a costi storicamente bassissimi o addirittura negativi per i prenditori primari in alcuni paesi europei, l’aumento della cultura informatica tra le piccole e micro imprese ed in genere nella popolazione, la sperimentazione di massa di nuove forme di lavoro, la riduzione dell’uso del contante e l’applicazione crescente di programmi di intelligenza artificiale. Tutto ciò ha accelerato fenomeni già presenti e destinati a modificare in maniera repentina ed irreversibile la struttura del mondo del lavoro.

    Innovare ha un significato positivo a livello sistemico ma potrebbe non averlo per i singoli individui. Farò due esempi, non esaustivi dell’ampio fenomeno, in settori molto distanti tra loro: auto elettrica e moneta elettronica. I governi europei spingono all’ introduzione dell’auto elettrica in tempi rapidi. Nessuna parola viene spesa sull’impatto generato sui colletti blu più qualificati del settore auto che diventerebbero obsoleti e disoccupati. La costruzione di una automobile con motore elettrico è molto più automatizzabile di quella con i motori a combustione interna, eliminando del tutto gli addetti alla costruzione dei motori oltre a parte del resto della filiera costruttiva e della manutenzione.

    La moneta elettronica elimina la gestione fisica del contante ma soprattutto facilita la diffusione della contrattualistica e dei documenti in formato elettronico con l’immediata possibilità di applicazione di software anche d’intelligenza artificiale che rendono superflue non poche filiali bancarie, interi uffici amministrativi, postazioni bancomat e quindi in una parola forza lavoro. Il sistema bancario ha già tra il 30% ed il 40% di personale in eccedenza. Situazioni simili di forte innovazione in atto sono presenti in molti altri settori.

    Tali processi non vanno bloccati o ostacolati ma credo si debba considerare l’impatto occupazionale indotto dalla accelerazione delle innovazioni causata dalla pandemia.

    I sistemi di formazione professionale sono pronti a cogliere la sfida?

    Si destinano fondi per innovare la formazione e riqualificare a costi accettabili ed in tempi brevi persone provenienti dai più svariati settori?

    L’offerta formativa è cambiata ed i suoi costi si sono abbassati?

    Negli ultimi anni l’Italia ha aumentato tempi e costi della formazione rendendo di fatto difficile la gestione della transizione incombente sul mondo del lavoro. I tempi per la laurea sono aumentati, gli esami di abilitazione ai vari albi richiedono tempi sempre più lunghi di praticantato (che mi sembra nel suo modo di essere un obbligo di tipo medioevale), per cui spesso i giovani non riescono ad offrirsi nel mercato del lavoro prima dei 26 – 28 anni di età. Anche per diversi lavori una volta totalmente liberi vengono richieste certificazioni da acquisire al di fuori della normale formazione scolastica.

    Gli MBA (Master in Business Administration) sono sempre più cari ma meno efficienti nello svolgere a costi accettabili, definiti come rapporto tra costo formazione e remunerazione mediamente ottenibile a 24 mesi post master, il loro ruolo. La formazione è l’unico settore a livello mondiale (oltre a quello della sanità, dove però sono in atto forti spinte all’innovazione) ad avere avuto un aumento dei costi in termini reali negli ultimi 20 anni. L’innovazione nella formazione ha riguardato aspetti non sostanziali in termini di costo rendimento.

    Solo Google, che io sappia, in tempi di pandemia ha tentato un esperimento rivoluzionario: formare persone in meno di 4 mesi ad un costo massimo di 15.000 $ per posti la cui remunerazione base attesa è tra i 45.000 e i 55.000 dollari, eliminando tutti i contenuti superflui che innalzano inutilmente i costi della formazione professionale. I posti creati consentono un tenore di vita soddisfacente ad un costo in termini di tempo e risorse finanziarie più che accettabile, poiché il costo della formazione si ripaga in meno di sei mesi e si rende, così, reale la possibilità di riqualificazione.

    Nel mondo occidentale la riqualificazione professionale, quando è valida, ha costi tali da rendere difficile per le persone lo sviluppo di nuove competenze nei momenti di crisi. In Italia la formazione professionale è gestista troppo spesso su base sindacale o corporativa (ordini, collegi, Confindustria, camere di commercio) con esiti non eclatanti.

    In questo periodo di forzate chiusure ho deciso di investire denaro e tempo per seguire alcuni corsi di formazione on line offerti dalle categorie di cui sopra. Formazione erogata con il ricorso a contributi statali ed europei ottenendo l’ennesima conferma che questa formazione finanziata con denaro pubblico, in alcuni casi obbligatoria per svolgere determinate attività, è sicuramente utile agli organizzatori ed ai docenti ma non necessariamente ai discenti.

    Da europeista a lungo ho sperato che dall’Europa arrivasse qualcosa di innovativo, salvo poi realizzare che i sistemi formativi tradizionali sono ovunque in mano ad una oligarchia auto referenziale che non intende assolutamente mettersi in crisi. La formazione di qualità è rara e, per effetto della scarsa offerta di prodotti di qualità, costosa.

    Se guardiamo al nostro paese emergono i seguenti fenomeni:

    1. licei che, in particolare al sud, forniscono una offerta formativa non sempre adeguata. Un preoccupante proliferare di licei musicali o sportivi, in altri termini di scuole che non sono né licei né conservatori o altro e di cui è difficile capire il ruolo formativo.
    2. scuole tecniche, salvo rare eccellenze, estranee alle esigenze del mondo del lavoro e quindi di scarso valore.
    3. una università che forma anche delle eccellenze, ma i cui risultati medi non sono di alto livello.
    4. durata della formazione scolastica non in linea con il resto dei Ue: 5 anni di superiori contro i 4 della maggioranza dei paesi europei, 5 anni di università (con le triennali prive di valore sul mercato interno del lavoro) contro 4 degli altri paesi
    5. giovani che escono precocemente dal sistema di educazione e formazione a livelli preoccupanti rispetto alla media europea: il 13,5% contro una media Ue del 10,3%.
    6. il tasso di occupazione dei 20 – 34enni che hanno conseguito il titolo secondario superiore o terziario da 1 a 3 anni prima e non più in istruzione e formazione è il 58,7% contro una media Ue del 81,5%
    7. nella classe di età 25 – 64 in Italia i diplomati sono il 62,2% contro una media UE del 78,7% e contro l’86,6% della Germania e l’80,4 della Francia, con titolo di studio terziario la media italiana è del 19,6% contro una media UE del 32,2%
    8. gli italiani sono tra gli ultimi in Europa per livello d’istruzione, solo Spagna, Malta e Portogallo hanno valori inferiori.
    9. il tasso di occupazione della popolazione laureata è dell’81,4% contro una media del l’86,3%. Solo la Grecia ha valori inferiori all’Italia.

          (I dati statistici dei punti 5,6,7,8,9, sono tratti dal report ISTAT del 22 luglio 2020)

    I dati sopra riportati mostrano una evidente minore capacità italiana rispetto alla media Ue nel fornire formazione di tipo secondario superiore o terziario utile ai fini occupazionali. L’ampio divario nelle prospettive occupazionali dei giovani italiani rispetto agli omologhi europei mostrato dal sopracitato studio ISTAT dipende solo dal mercato del lavoro oppure in buona parte dalla scuola? Le poche università che hanno tassi occupazione molto alti a 12 mesi della laurea, ad esempio la Bocconi, forse non sono anche attive nel mercato del lavoro per assistere i loro studenti? Questi risultati si ottengono solo con nozioni, didattica o soprattutto con un preciso sforzo da parte di chi è pagato per formare?

    Le stesse scuole tecniche di maggior successo occupazionale sono quelle con le migliori connessioni con il mondo del lavoro. La formazione tecnica nelle scuole superiori e quella universitaria andrebbero riviste in funzione di uno scenario di forte innovazione in tutti i settori, che potrebbe rendere obsolete molte specializzazioni ogni 10 anni.

    Vanno ridotti costi e tempi di erogazione della formazione.

    Cosa si può fare velocemente per migliorare la situazione:

    • rendere le lauree immediatamente abilitanti
    • riforma della scuola superiore affinché la sua durata sia in linea con quella gli altri paesi europei
    • eliminare lauree triennali e quinquennali, ritornando alla situazione precedente

    I tre punti sopra pur non sufficienti di per sé per risolvere il problema, possono attenuarlo, senza costi addizionali per lo stato, riducendo i tempi di accesso al mercato senza variare la qualità della offerta formativa, liberando tempo e risorse per successivi momenti di formazione durante la vita lavorativa. Le lauree quinquennali hanno tempi formativi morti (spesso addirittura doppioni tra triennale e specialistica) che possono essere eliminati, oltre ad una pletora di esami di cui a volte è difficile comprendere il nesso formativo, ma non quello immediatamente occupazionale per gli addetti al settore della formazione.

    Nell’istruzione superiore di tipo tecnico è possibile intervenire eliminando quanto non necessario ai fini della preparazione tecnica portando in meno tempo i giovani sul mercato del lavoro. La fortissima resistenza degli “operatori” tradizionali del business formazione potrebbe far sì che la auspicabile spinta innovativa venga da operatori, come Google, provenienti da altri settori alla ricerca di nuove occasioni di business e magari anche di personale adeguatamente qualificato e riqualificabile.

    Autore

    • Sergio Ciriaco
      Sergio Ciriaco

      Sono l’amministratore e socio di due aziende agricole che producono energia elettrica fotovoltaica e nel settore agricolo gestiscono uno dei maggiori impianti italiani di acquaponica. Sono amministratore e socio di una società immobiliare che si occupa di turismo a breve a Milano.

    filiera industriale formazione giovani lavoro
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