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    Home»Diritti»“In cella sognando la libertà”
    Diritti

    “In cella sognando la libertà”

    Consuelo QuattrocchiBy Consuelo QuattrocchiFebbraio 20, 20230 Views6 Mins Read
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    Intervista di Consuelo Quattrocchi a Vincenzo Dicuonzo.

    Consuelo Quattrocchi è dottore di Ricerca in Protezione dei Diritti umani e membro di Sbarre di Zucchero.

    Vincenzo Dicuonzo è fondatore dell’Impresa Sociale Mitiga e persona detenuta in regime di articolo 21 Legge 354/1975.

    Comincio la nostra intervista prendendo spunto dal verso di una canzone che mi piace e dice: “è più triste che muoia il sogno, sai, che morire realmente”. Tu lo hai coltivato un sogno in questi anni di detenzione che ti ha tenuto “in vita”?

    Foto di Hasan Almasi su Unsplash

    È difficile sognare, quando si vive in un incubo ad occhi aperti. La volontà è stata l’elemento che più ha condizionato le mie scelte e il mio vissuto da uomo privato della libertà. La volontà di accettare la mia condizione senza lasciarmi vincere dal carcere. Un’indomita volontà, che mi permettesse di non rassegnarmi, di continuare a lottare per sopravvivere al carcere temprando il mio essere, divenendo più consapevole e resiliente. La volontà di migliorarmi e migliorare lo stato delle cose, nonostante il carcere.

    Vincenzo, ci dici un po’ chi sei e spieghi cos’è l’articolo 21 della L. 354/75?

    Sono una persona che cerca di fare la propria parte, grata per la vita che gli stata data e che ha l’opportunità di vivere, senza lamentarsi per quanto a volte possa essere dura. L’articolo 21 è contenuto all’interno dell’Ordinamento Penitenziario normato dalla legge 354/75, e si riferisce all’applicazione di una misura detentiva meno coercitiva che ti permette di uscire dal carcere per alcune ore per recarti a lavorare, rientrando a dormire la sera in Istituto. Nel mio caso, simile a molti altri, ho dovuto aspettare diversi anni e avere una condotta esemplare, nonostante ci fossero già da anni tutti i presupposti giuridici per accedervi molto prima.

    Ti va di raccontarci cosa significa sperimentare questa libertà parziale, quella del 21?

    Foto di Andrea Leon su Unsplash

    Come tutto quello che appartiene al carcere quella del “21” è una condizione molto particolare. Sei libero senza esserlo e sei detenuto senza esserlo apparentemente del tutto. È un’altra sottile pratica volta all’infantilizzazione e allo schiacciamento della personalità delle persone in stato detentivo. Interpretato giuridicamente come elemento di graduale reinserimento, di fatto perpetra in modo velato quell’assoggettamento che priva l’individuo dell’autodeterminazione e dell’assunzione di responsabilità di scelta critica.

    …Sicuramente una situazione particolare, seppur appunto meno coercitiva di altre forme di privazione della libertà molto più estreme…Un articolo di qualche giorno fa riportava come titolo: il 41 bis è fondamentale per la tenuta della democrazia per impedire che il detenuto abbia rapporti dentro e fuori dal carcere che gli consentano di continuare ad esercitare la propria illecita funzione. Cosa ne pensi…anche in termini di liceità?

    Mio padre suole ripetere un forse suo modo di dire: “la gente parla perché l’aria non si paga”. Ecco, mi sembra questo il caso! In primis non vedo che attinenza abbia la democrazia, etimologicamente “governo del popolo” e la sua tenuta con il 41 bis. Poi, è chiaro che siamo davanti ad una persona che non sa nulla di carcere e di quelli che sono gli effetti di “imbruttimento” e criminogeni che produce sulle persone. La sua (di chi ha scritto l’articolo) è una visione unilaterale, propria di una percezione che esaurisce la funzione del carcere ad una pratica custodialistica-punitiva. Percezione generalizzata questa, che ha origini nella dimensione socio-culturale del nostro Paese. Visto che si vuol parlare di Democrazia… ritengo sia importante ricordare che il regime del 41 bis così come “la catena perpetua” (ovvero l’ergastolo Ostativo), sono in pieno contrasto con la nostra Costituzione (più nello specifico, soprattutto con l’Articolo 27 comma 3) …Infatti, non accenna a diminuire, a ragion veduta, il dibattito tra le diverse correnti giuridiche, di dottrina e di pensiero politico-sociale in merito ai dubbi di legittimità Costituzionale di certe pratiche adottate dal nostro sistema penitenziario. Pratiche degradanti e disumane, che nulla hanno a che fare con il compimento del fine Costituzionale e Istituzionale per il quale il carcere (per il momento) esiste, e per le quali siamo stati anche condannati dalla Corte europea dei diritti umani.

    Quindi, rispetto l’attuale stato delle cose, ritieni si debbano attuare assetti migliorativi, magari ispirandosi a modelli di altri paesi?

    Di certo ci sono esempi virtuosi dai quali poter prendere spunti utili per modelli alternativi, maggiormente funzionanti: penso all’Olanda, dove sono riusciti ad arrivare al punto di chiudere le carceri per causa di “spopolamento”; o alla recidiva delle carceri brasiliane pari all’80 percento, abbattuta al 20 grazie l’attuazione del buon senso adottato dal Metodo APAC. Del resto, come detto, la questione è tipicamente culturale oltre che specificamente amministrativa. Quindi, in riferimento al modello Italiano, a cosa dovrebbe “ideologicamente” produrre in termini rieducativi e, al contrapposto reale impatto sociale risultante (la recidiva), emerge con forza l’inerzia di un apparato penale-penitenziario obsoleto e fallimentare. Ed è proprio per sopperire a tale disfunzionalità (e agli effetti che si producono) che nasce MITIGA.

    Cos’è MITIGA?

    MITIGA è volontà di cambiamento in azione. È la volontà di innescare un cambio di paradigma che assegni al carcere una rinnovata funzione sociale, un nuovo significato alla pena detentiva e al valore dell’utilità sociale di coloro che ne sono titolari. È un’impresa sociale nata dal basso, anzi da ancor più sotto…, da dentro un carcere; ideata e promossa da persone detenute. Esseri umani caduti, motivati a rialzarsi prendendo per mano chi non ce la fa da solo; convinti del fatto che una condanna non debba essere un castigo fine a sé stesso che produca (solo) sofferenza, ma possa rappresentare, seppur con le sue peculiarità, un’opportunità di crescita personale e integrazione sociale.

    Integrazione sociale…Eppure su un quotidiano ho letto una tua testimonianza in cui facevi una scissione tra “dannati” e mondo esterno; e ti chiedo, ma il mondo non è uno solo, considerato che se esistesse davvero una separazione così netta probabilmente oggi non potremmo ritrovarci assieme a fare questa intervista?

    Certo che il mondo è uno solo, ma oggi non appare una cosa così scontata, almeno per la collettività del nostro Paese. Esistono barriere mentali più invalicabili e difficili da abbattere di quelle materiali, che ingabbiano ulteriormente l’umanità del prossimo circoscrivendola ad un evento: l’illecito. Il tasso di recidiva è strettamente correlato anche alla coesione sociale come possibilità di (re)integrazione, pertanto c’è bisogno di sensibilizzare la collettività rispetto la reazionaria “legge del taglione” per la quale chi ha commesso il male debba soffrire altrettanto male, convincendosi quindi che sia giusto infliggere il male e che da questo possa generarsi il bene. Ed è anche questo che fanno le ragazze di Sbarre di Zucchero. Mitiga condivide a pieno questo obiettivo, ragione che ci ha portati oggi ad incontrarci e a questa intervista. Perché la comunità umana possa vivere in armonia serve rendere la società più inclusiva, contrastando l’emarginazione sociale e ricordandosi che il Tesoro umano lo si può trovare ovunque…anche all’interno di una cella.

    Foto di apertura dell’autrice

    Autore

    • Consuelo Quattrocchi
      Consuelo Quattrocchi
    41 bis carcere cella ergastolo Ostativo MITIGA Sbarre di Zucchero
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