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    Home»Anime libere»Quell’abbraccio che non ti ho dato
    Anime libere

    Quell’abbraccio che non ti ho dato

    Consuelo QuattrocchiBy Consuelo QuattrocchiGiugno 20, 20250 Views7 Mins Read
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    Mi chiamo Martina e ho 14 anni.

    Ho una camera piena di peluche e un armadio colmo di sogni.

    I sogni sono una cosa proprio strana: se non li hai ti senti persa, ma se li hai ti rendono talvolta preda di sentimenti contrastanti.

    A volte ho paura di non riuscire a realizzarli, ho sempre il timore che siano troppi e il tempo sia poco.

    Ci sono giorni in cui mi sdraio sul letto e inizio a guardare il soffitto e mi piace fantasticare sul mio futuro.

    Dopo la scuola media mi sono iscritta all’alberghiero mi piace pensare che potrei diventare una chef famosa e stellata ma poi i sogni mi inondano e mi travolgono ancora e allora mi vedo lì nel giorno del mio giuramento vestita di tutto punto con la mamma che, commossa, mi sistema gli alamari mentre io a voce alta urlo l’amore e la fedeltà per la mia patria.

    Per noi che viviamo nel napoletano la distinzione tra criminalità e giustizia è qualcosa che ci viene insegnato praticamente alla nascita di modo che crescendo e vivendo non si possano confondere.

    A me piacciono la legalità e la giustizia. Mi affascina sentir parlare di uomini come Falcone e Borsellino che fino all’ultimo giorno della loro vita hanno lottato per quello che amavano, per ciò che era giusto.

    Ci sono volte, però, in cui pensare al futuro mi crea ansia, come una fitta allo stomaco.

    Penso: e se non dovessi farcela? Se non fossi abbastanza forte da riuscire a realizzare i miei sogni? Allora che farò?

    Per fortuna, quando i pensieri di questo tipo mi assalgono mi guardo intorno e vedo i miei peluche e penso che sono ancora una bambina anche se mi comporto da grande e che ho tempo.

    Certe volte ci sono delle situazioni che mi sfuggono di mano come la storia con Alessio.

    Ci siamo fidanzati due anni fa io avevo 12 anni lui ne aveva già 16.

    La differenza di età non è mai stata un problema per me, la sua gelosia invece sì.

    La sua gelosia è asfissiante, come avere un laccio stretto intorno al collo che non mi lascia respirare, che non lascia passare aria. Ho paura a dirglielo, ho paura a raccontarlo a qualcuno anche se penso che le mie amiche se ne siano accorte. A scuola non ho amici maschi, a malapena, rivolgo loro la parola. Cerco di essere sempre fredda e distaccata così mi evitano e non ho problemi con Alessio. Non mi piace litigarci quando si arrabbia diventa un’altra persona e l’ultima volta mi ha dato uno schiaffo. È stato quando ha scoperto di quella mia chat con quel ragazzo niente di importante per me ma forse per lui è stata una cosa grave visto il gesto.

    L’ho raccontato a mia madre di quello schiaffo che mi ha ferita terribilmente e che mi ha indotta a interrompere la nostra relazione.

    Alessio mi manca ma io ho bisogno di respirare così alle sue continue richieste di tornare insieme ho sempre risposto di no.

    Quel sabato pomeriggio sono uscita con la mia migliore amica e siamo andate a prendere un gelato. Mentre camminavamo abbiamo incontrato Alessio per un attimo mi è anche venuto in mente che ci avesse seguite poi, invece, ho pensato che a farci incontrare fosse stato solo il caso. Verso l’ora di cena la mia amica ci ha salutati per fare ritorno a casa io, invece, mi sono trattatenuta con Alessio che mi ha chiesto di poterci chiarire in merito alle cose accadute negli ultimi mesi. Ha insistito per andare a parlare in quel vecchio casolare vicino allo stadio e io, alla fine, ho acconsentito.

    Mi ha pregata, mi ha implorata di tornare con lui ma gli ho detto che non ero ancora pronta, che avevo bisogno di tempo, che quel suo schiaffo mi aveva così ferita e mortificata che non riuscivo ancora ad accettarlo.

    Ha provato così ad abbracciarmi come faceva tutte le volte che litigavamo ma io mi sono sottratta al suo abbraccio e mi sono voltata di spalle per andarmene. Erano già arrivati ripetuti messaggi della mamma che mi invitava a tornare a casa perché la cena era in tavola.

    È stato in quel momento che qualcosa mi ha colpita. Un colpo così forte che sono caduta a terra in uno stato di semi coscienza. Ho chiuso gli occhi e mi sono vista nel grembo di mia madre, mi sono vista piccola e addormentata nell’abbraccio forte e tenero di mio padre, mi sono vista sorridente ai miei primi giorni di scuola stretta alla mano di mia madre. Poi, ho riaperto gli occhi e ho sentito freddo e paura e ho visto il buio e ho respirato un odore forte di spazzatura e di rifiuti.

    Avevo di nuovo quel laccio stretto intorno al collo che non mi lasciava respirare. Ho visto l’armadio colmo di tutti i miei sogni aprirsi e ho visto i miei sogni volare via come palloncini bianchi. Ho provato a prenderli senza riuscirci, ho provato a gridare ma avevo smarrito la mia voce e ho visto il mio corpo divenire evanescente e leggero fatto della stessa sostanza delle nuvole.

    Sono corsa a casa da mia madre per dirle di togliere il mio piatto dalla tavola perché mi sentivo più stanca che affamata ma lei non mi vedeva.

    Ho rincorso allora mio padre che da ore vagava in auto senza meta.

    Era andato pure al casolare era sceso dall’auto e aveva salito le scale ma io gli ho sussurrato di tornare indietro perché non avrebbe trovato nulla di me lì dentro. Papà mi ha ascoltata, ha indietreggiato e ha seguito il mio consiglio.

    Ho cercato di spiegargli che io non sono andata via solo che non ci sono più. Sono nei posti che amo, vicina alle persone che hanno bisogno di me. Lui non vuole crederci, la mamma nemmeno.

    Li vedo in TV, nei cortei per strada insieme ad una folla infinita di gente e li sento parlare di me, li sento piangere per me.

    Vorrei urlare loro che mi dispiace per tutto il dolore e il vuoto che vedo nei loro cuori, vorrei urlare la mia delusione e la mia rabbia nei confronti di chi diceva di amarmi e che invece è stato causa della mia morte atroce.

    Vorrei non aver mai dovuto provare la paura di non poter vivere. Non sapevo fino a quella sera che potesse esistere una paura più grande.

    Adesso che il silenzio è tornato e che tutti tacciono mi chiedo se la spettacolarizzazione del dolore abbia salvato qualche donna prima di me o se ne salverà qualcuna dopo.

    Mi chiedo se il dolore non abbia invece bisogno di silenzio come tutte le cose su cui dobbiamo riflettere o meditare.

    Mi chiedo se non ne avessero bisogno e diritto anche i miei genitori e quelli prima dei miei.

    Mi chiedo se la ragione la possiamo rintracciare nelle parole della mia Preside che, entrata in classe, ha invitato i miei compagni a restituire le proprie emozioni non a un telefono, non a un social, non a una realtà virtuale ma a una persona in carne e ossa che possa abbracciare quell’emozione e a sua volta nutrirsene.

    Mi chiedo se, indipendentemente, dalle tragedie gli adulti torneranno ad avere voglia di chiederci come stiamo.

    Se la scuola tornerà ad essere un luogo di incontro e dialogo invece che una tabella piena di punteggi, di interrogazioni e verifiche.

    Mi chiedo se le famiglie si sforzeranno di essere quelle di un tempo e torneranno a  conversare a tavola del più e del meno trovando fra quelle righe del più e del meno la verità di ognuno.

    Mi chiedo come saranno fra qualche anno le mie amiche e cosa faranno e per quel che riguarda me a voi che mi chiederete chi sono risponderò: Io sono Martina e ho 14 anni, vivo nei cuori e nei sogni di quelli che mi hanno amata e credo nella giustizia.

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    • Consuelo Quattrocchi
      Consuelo Quattrocchi
    femminicidio violenza sulle donne
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