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    Home»Inchiesta fisco»Unione fiscale UE? “Marameo” dai paradisi!
    Inchiesta fisco

    Unione fiscale UE? “Marameo” dai paradisi!

    Barbara RoffiBy Barbara RoffiGiugno 19, 20210 Views5 Mins Read
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    Foto di Olga Balakir da Pixabay
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    Se è vero che l’Unione europea non ha competenze specifiche in materia fiscale, questo potrebbe forse essere un momento propizio per fare alcuni passi avanti in termini di una maggiore integrazione in questa materia.

    Imposizione fiscale nei 27 stati membri, forbice 2009-2019 in percentuale al PIL – Fonte Eurostat

    Nel contesto attuale infatti la pandemia da Coronavirus ha reso sistemico l’aumento delle diseguaglianze che già gravava sugli Stati europei a seguito della crisi finanziaria del 2008.

    Questa situazione fa temere sia per l’economia che per eventuali disordini sociali ma costituisce soprattutto una terribile spada di Damocle per le generazioni future che hanno molto sofferto, in particolare sotto l’aspetto educativo durante la pandemia, e il problema è considerato talmente serio che perfino il Fondo Monetario internazionale ha proposto di introdurre una tassa sul patrimonio per finanziare i sussidi!

    Nella stessa direzione va la proposta del presidente americano Biden di introdurre una tassa del 21% sulle multinazionali, per finanziare tra l’altro il suo piano per le famiglie (circa 2000$ per nucleo famigliare per compensare i danni della pandemia), una proposta che la segretaria al Tesoro americano Janet Yellen ha inviato a 135 paesi dichiarando che «siamo forse all’inizio di una nuova era fiscale globale».

    Le ha fatto subito eco l’OCSE proponendo una “global minimum tax” per le multinazionali che tasserebbe i profitti in particolare dei giganti del web ma non solo.

    Questi movimenti potrebbero costituire un momentum, e creare una dinamica virtuosa anche a livello dei paesi UE con l’ambiziosa proposta della Commissione di introdurre una imposta del 15% per le imprese.

    Ma gli ostacoli sono molti. In primo luogo vi sono i limiti istituzionali a cui è soggetta l’UE che secondo i trattati ha il compito di vigilare sulle norme fiscali nazionali in alcuni settori in relazione alle politiche europee per le imprese e i consumatori e al fine di garantire i principi di libera circolazione ed evitare gli «indebiti vantaggi concorrenziali».

    In pratica l’Unione si preoccupa soprattutto di combattere la frode fiscale e di evitare la doppia imposizione sia per gli individui che per le imprese, oltre ad occuparsi di marginali problemi in situazioni transfrontaliere.

    Malgrado questo ristretto ambito il Parlamento europeo ha a più riprese affrontato la questione fiscale ed ha istituito diverse commissioni speciali a seguito dei scandali Lux Leaks e Panama Papers che, secondo i rapporti conclusivi delle prime due Commissioni dette TAX e TAX2 «hanno dimostrato l’urgente necessità che l’UE e i suoi Stati membri combattano l’evasione fiscale, l’elusione fiscale e la pianificazione fiscale aggressiva e si adoperino per aumentare la cooperazione e la trasparenza al fine di ripristinare la giustizia fiscale rendendo il nostro sistema fiscale più giusto e garantendo che le imposte sulle società siano versate nel luogo in cui viene creato il valore, non solo per quanto concerne gli Stati membri, ma anche a livello globale».

    Inoltre nel 2019 a conclusione della terza commissione (TAX3) il Parlamento richiamava l’attenzione degli Stati membri sul fatto che

    Grafica di 8926 da Pixabay

    «le norme fiscali esistenti spesso non sono in grado di tenere il passo con la crescente rapidità dell’economia; ricorda che le attuali norme fiscali nazionali e internazionali sono state concepite, nella maggior parte dei casi, all’inizio del XX secolo; afferma che sussiste la necessità urgente e continua di riformare le norme, affinché i sistemi fiscali internazionali, dell’UE e nazionali, siano idonei rispetto alle nuove sfide economiche, sociali e tecnologiche del XXI secolo».

    Malgrado tutto questo, i principi seppur limitati e le varie raccomandazioni si scontrano con la realtà degli Stati membri che non trovano una composizione a livello di Consiglio dei Ministri, su una materia ancora soggetta all’unanimità.

    Gli oppositori infatti sono molti a partire dai paesi che hanno un modello economico che si basa proprio sui vantaggi fiscali concorrenziali per le imprese come Irlanda, Olanda o Lussemburgo, dove per inciso molte grandi imprese italiane hanno trovato residenza. E questo modello economico è stato considerato talmente di successo che è stato imitato da nuovi paesi membri quali per esempio Bulgaria e Romania, dove ancora una volta molte imprese italiane hanno delocalizzato le proprie produzioni.

    In una diversa situazione si trova l’Italia, il cui Commissario europeo Paolo Gentiloni è per inciso responsabile anche per la fiscalità, dove per esempio il tentativo di attrarre investimenti esteri in particolare al sud non ha mai portato grandi frutti ma non a causa della pressione impositiva ma piuttosto per l’assenza di certezza in materia amministrativa e giudiziaria.

    L’Italia sembrerebbe invece avere interesse ad una maggiore integrazione fiscale a livello europeo soprattutto nel tentativo di recuperare i mancati introiti fiscali dovuti alle fughe di alcuni colossi italiani, che secondo alcuni, per esempio missingprofits, ammontano a  26 miliardi di cui 11 dal solo Lussemburgo.

    Ma anche nel contesto delle riforme in discussione che accompagnano il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del gennaio di quest’anno, come ci ricorda il centro studi della Camera dei Deputati secondo cui le linee guida preannunciate nel settembre 2020 indicano alcune riforme di alcune componenti del sistema tributario tra cui in particolare una revisione della tassazione per ridurre il cuneo fiscale sul lavoro e trasferire l’onere fiscale ad altre voci e, in generale, “dalle persone alle cose”.

    Ma la partita è ancora completamente aperta, soprattutto se si continua cercare di arrivare ad una maggiore integrazione fiscale a livello europeo senza prevedere una modifica dei Trattati, come dimostra la sentenza della Corte di Giustizia europea che ha cassato le sanzioni ad Amazon decise in base alle regole della concorrenza ricordando che queste regole non possono in pratica sostituirsi ad una vera e propria politica fiscale.

    Ma al momento su questo non c’è un vero accordo ma è invece legittimo chiedersi se si riuscirà ad approfittare di questa congiuntura internazionale per fare qualche passo avanti, anche se in mezzo a mille difficoltà, e soprattutto ragionare su quali siano i nostri reali interessi e quali strade vogliamo intraprendere.

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    • Barbara Roffi
      Barbara Roffi
    fisco global minimum tax paradiso fiscale
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