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    Home»Voci da Kyiv (Kiev)»Kharkiv 2024/25. Illusioni
    Voci da Kyiv (Kiev)

    Kharkiv 2024/25. Illusioni

    Inessa SafonovaBy Inessa SafonovaFebbraio 20, 20250 Views6 Mins Read
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    Kharkiv. Edificio residenziale dopo un attacco russo. (Foto dell’Autrice)
    Kharkiv. Edificio residenziale dopo un attacco russo. (Foto dell’Autrice)
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    Febbraio dura tre anni.

    Scrivo sempre più raramente, le mie frasi sono brevi. Non ho la forza di discutere, urlare in Caps Lock, imprecare e scagliare prolisse maledizioni addosso ai nemici. La mia voce è sempre più silenziosa, nella vita e nel blog. Lo stress ha lasciato il posto all’ottusità emotiva e all’apatia: questo è l’esaurimento simpatico-surrenale o crisi di adattamento.

    Eppure il mio diario di Kharkiv mi costringe a scrivere.

    È un inverno umido e grigio in città. Le giornate si somigliano come fotocopie e tutte insieme sembrano gomma viscosa. Esco dalla grigia pozzanghera stesa sul grigio viale e immagino come da qualche parte in alto, alla Centrale di Distribuzione, guardino la Kharkiv invernale del 2024/25 e decidano di non concederci giornate soleggiate. Per niente. Fanno: “Ragazzi, metà della vostra città è distrutta, ci sono tavole di legno alle finestre, coprifuoco, esplosioni giorno e notte. A che vi servono le giornate soleggiate? Non vi cambiano niente.” E poi decidono di mandare il sole da qualche parte a Roma o Barcellona ​​dove c’è il verde, il mare e le ghirlande per Natale.

    È logico, no?

    Non ci è stata concessa neppure la neve.

    A proposito, le strade cittadine nel Natale 2024 brillavano di luminarie per la prima volta dopo due anni di buio pesto. È stato acceso il “Cielo stellato”, le strade del Giardino Shevchenko sono state addobbate con lampadine psicoterapeutiche. C’era l’illusione di una festa, tanto importante per i cittadini; per i bambini della guerra e per gli adulti della guerra.

    Kharkiv decorata per Natale. (Foto dell’Autrice)
    Kharkiv decorata per Natale. (Foto dell’Autrice)

    Kharkiv oggi è una città di adulti. Questa è la caratteristica principale del suo volto nel terzo girone della guerra. Quasi tutte le scuole sono distrutte dai bombardamenti. Le nonne e le tate non trascinano più per mano i bambini con gli zaini alle lezioni di musica e ai circoli sportivi. Sono stati distrutti il McDonald’s e il famoso centro commerciale per bambini in Nauchka [l’autrice usa il nome popolare del quartiere adiacente al Corso della Scienza a Kharkiv]. Nella metropolitana non c’è più la folla giovane e rumorosa: gli eccentrici in mega-pantaloni, con capelli multicolori, bellissime studentesse, informatici junior incappucciati. È spopolato persino il Parco Centrale: le sue allegre giostre colorate sono immobili, come se si fossero arrestate inorridite per le azioni di un malvagio. Sono deserti gli edifici universitari e i corridoi dei reparti di maternità. Sono sbarrati gli hub e gli spazi di coworking. La maggior parte dei giovani istruiti e creativi se ne è andata.

    Qui è pericoloso, di notte un palazzo può saltare in aria.

    Kharkiv. Edificio residenziale dopo un attacco russo. (Foto dell’Autrice)
    Kharkiv. Edificio residenziale dopo un attacco russo. (Foto dell’Autrice)

    Molti bambini e ragazzi sono stati portati via dalla Città delle scuole distrutte. Spostati temporaneamente. Hanno raccolto in fretta i loro zainetti, non hanno dato loro il tempo di riprendersi, non hanno domandato, li hanno strappati con le loro piccole radici, li hanno gettati in un nuovo terreno: fatevi strada. Una nuova scuola, e se all’estero anche una nuova lingua, un nuovo paese e tutt’intorno nuovo, non ci sono amici e il papà è rimasto a Kharkiv. Le famiglie sono state spezzate da tre anni di vita sui treni, da incontri alle stazioni di servizio lungo la strada e tirate in una spaccata acrobatica attraverso la stazione ferroviaria di Chełm. I nonni non abbracciano i nipoti da tre anni. I vecchi anche sono stati sradicati dalla guerra. I padri di alcune mie amiche non hanno retto il trasferimento forzato e non torneranno più a Kharkiv.

    Nuovo Medioevo. Guerra di rapina.

    Al dannato zar era venuta la vaghezza di espandere il suo impero.

    Vado per lavoro nell’estrema periferia di Kharkiv, nelle ex aree industriali che già negli anni ’80 venivano chiamate “depresse”. Più mi allontano dal centro e più sprofondo nella retrospettiva, decennio dopo decennio. Intonaci scrostati, modeste palazzine da sobborgo dei tempi dell’Impero russo, edifici industriali sovietici malmessi, Elektrovazhmash (produttore di turbo e generatori idroelettrici, impianti e veicoli elettrici) e aziende della Difesa  bombardate, lo stadio distrutto, i resti dei decori stile impero staliniano, scatole di khrusciovka e i loro cortili di pannelli prefabbricati, scheletri di mercati giganti, binari ferroviari abbandonati, progetti edilizi incompiuti degli anni prima della guerra.

    È in corso il terzo inverno della grande guerra nella città martoriata e deserta capitata sotto il rullo compressore imperiale.

    Nella Città alta, in centro, cambia lo spettacolo. Sto tornando nel Distretto Nahirny e verso nord, dove c’è molto traffico. Le immagini delle donne, in cappotti eleganti, diventano improvvisamente chic e sembrano incollate con il Photoshop sullo sfondo delle facciate mutilate di Sumska, la via centrale della città.

    Kharkiv. Città alta. (Foto dell’Autrice)
    Kharkiv. Città alta. (Foto dell’Autrice)

    Ci sono molte persone nei bar, nei ristoranti, nei centri commerciali e nei centri di bellezza. Qui c’è anche un’attiva vita culturale nascosta, sotterranea: negli scantinati ristrutturati operano sale conferenze e teatri. Contrariamente alle previsioni isterico-apocalittiche stagionali, le case e gli uffici sono caldi e c’è luce. Nel frattempo, due terzi dell’inverno sono ormai alle nostre spalle.

    A volte di sera, nelle ore che precedono il tramonto, la città diventa più bella. Come accade in medicina, la paziente è in terapia intensiva, senza speranza, in coma, poi riprende i sensi e diventa subito più bella.

    Un’accogliente lanterna, il profilo architettonico di un incrocio, la prospettiva di un vicolo, il profilo sottile di una ragazzina carina nella vetrina di una caffetteria, un passeggino che viene verso di te. Ogni passeggino a Kharkiv oggi è una decisione seria e una scelta.

    In questi momenti nasce un’illusione. Non ci crederete: l’illusione della vittoria, contrariamente alle notizie e alle previsioni.

    L’illusione sopravvive fino alle prime esplosioni, fino al prossimo attacco e alle nuove morti causate da bombe, missili e droni russi.

    Kharkiv resisterà (foto dell’Autrice)
    Kharkiv resisterà (foto dell’Autrice)

    Kharkiv oggi è molto lontana dal caos.

    Luce, riscaldamento, strade pulite, trasporti gratuiti, centri amministrativi comunali e attività commerciali locali funzionanti. I cittadini sono concentrati e non piegati. Esausta e non arresa, la città attende la decisione del suo destino dopo un folle sconvolgimento storico.

    E ora, la cosa principale, il motivo per cui ho scritto tutto il giorno questo testo. Probabilmente verrà letto in diverse città e Paesi.

    A Kharkiv non aspettano la russia e non perdoneranno mai la folle cattiveria di putin.

    La nostra città è l’Ucraina.

    Autore

    • Inessa Safonova
      Inessa Safonova

      Inessa Safonova, medico, Professore. Nell'autunno del 2021, ha pubblicato un libro sulla sua città natale, Kharkiv, in Ucraina, e nel febbraio del 2022 ha lasciato la città in fiamme, le rovine del "Tempio del mondo russo", ed è giunta nella tedesca Dortmund, in fuga dai bombardamenti dell'esercito russo.

    Diario guerra in Ucraina
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