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    Speciale 7 marzo 2025

    Trùmputin

    Marco RuffoloBy Marco RuffoloMarzo 7, 20250 Views9 Mins Read
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    Una bestia rara, mai vista prima. Eppure qualcuno ci aveva già parlato, sia pure vagamente, della possibilità che nascesse questo pericoloso animale bicefalo, ma non gli prestavamo troppo ascolto. Pensavamo fosse il parto immaginario di qualche racconto mitologico, come l’Anfesibena, favoloso serpente a due teste, posizionate a ognuna delle due estremità, così da farlo strisciare indifferentemente in una direzione o nell’altra. O come l’Ortro, il cane bicefalo la cui uccisione costò a Ercole una delle sue “dodici fatiche”. No, non era un’invenzione mitologica: in men che non si dica il nuovo mostro si è presentato al mondo senza tanti misteri e con un nome preciso: “Trùmputin”. Mostro a due teste: una ben piantata in un Oriente che non ha mai conosciuto la democrazia; l’altra spuntata non proprio all’improvviso in un Occidente dove la democrazia, da secoli suo inconfondibile tratto distintivo, ha cominciato da qualche decennio ad essere disprezzata con masochistico impeto da gran parte dei suoi elettori. Di destra e di sinistra.

    Se l’Anfesibena è stata generata dal gocciolamento del sangue della Medusa e se l’Ortro è nato dall’unione tra Echidna e Tifone, Trùmputin è stato partorito dall’autosabotaggio della democrazia occidentale, dal suo pervicace impegno a svilire e dileggiare sé stessa, a considerarsi finta, inautentica, tanto da andare continuamente alla ricerca di una nuova sé stessa. Intendiamoci, non è che in passato l’Occidente e in particolare l’America abbia sempre tenuto fede ai suoi ideali liberaldemocratici, abbia sempre rispettato i diritti umani. Tutt’altro: dal Vietnam all’Iraq è lunga la lista delle sopraffazioni espansionistiche, delle violazioni dei diritti umani. Ma questo succedeva in passato: già da molti anni gli Stati Uniti si sono ritirati da tutti gli scenari di guerra. Nonostante ciò, l’autoflagellazione dell’Occidente non solo è proseguita ma si è ancora più diffusa, restando solo in parte ancorata al senso di colpa per gli avvenimenti del passato: da tempo ormai la sua azione corrosiva punta direttamente a scuotere dalle fondamenta la struttura stessa delle istituzioni democratiche.

    Questa autoflagellazione ha potuto contare su due potenti spinte: l’offensiva anti-liberale dell’estrema destra e l’anti-americanismo della sinistra più radicale. La prima è stata sempre perfettamente riconoscibile. Il suo scopo è far credere alla gente che mantenere all’interno di uno Stato i tre poteri indipendenti di Montesquieu – condizione irrinunciabile di ogni democrazia – diventa prima o poi un ostacolo insormontabile alla risoluzione dei problemi, la quale invece è possibile solo con la prevalenza del potere esecutivo sugli altri due, con un Parlamento ridotto a studio notarile e una magistratura silenziata o asservita. Lo scopo della destra nazionalista è anche far credere che ogni Stato possa risolvere i propri problemi da solo, senza dover cedere parte della propria sovranità a istituzioni sovranazionali, a cominciare dall’Unione europea e dall’euro.

    A questo poderoso attacco da destra si è affiancata fin da subito una più subdola ma non meno sfiancante offensiva da sinistra. Qui il sabotaggio consiste nel far credere alla gente che il termine “liberalismo” nasconde sempre e ovunque un’altra parola, simile ma più corta: “liberismo”, mentre sul piano internazionale la parola “democrazia” va letta in realtà “imperialismo”. Nel corso degli anni, le due accuse di liberismo e imperialismo rivolte all’Occidente sono diventate, agli occhi di una certa sinistra dura e pura, altrettanti dogmi. Tanto inscalfibili che non ha più senso distinguere tra democratici e repubblicani in America o tra centrosinistra e centrodestra in Europa, essendo tutti i regimi liberaldemocratici indistintamente attratti dalla medesima stella cometa del mercato senza regole, del laissez-faire più estremo, permanentemente proteso verso gli interessi finanziari del grande capitale a stelle e strisce.

    Interessi che, trasposti sul piano geopolitico internazionale, si traducono, secondo questa visione, in altrettanti propositi espansionistici. E anche quando ogni aggressione, ogni violazione dei diritti umani viene compiuta dai paesi non-occidentali, essa finisce per subire una immediata traslazione geografica alla ricerca dei veri responsabili: la colpa di quelle violazioni, il peccato originario, è e sarà sempre dell’Occidente, America e Nato in primis. Poco importa se gli Usa sono assenti da tutti gli scenari di guerra. Non serve l’occupazione fisica per dimostrare il loro insaziabile anelito imperialista: l’espansionismo scatta anche a distanza, come una specie di “smart working”. Ed ecco nascere una espressione destinata ad avere molta fortuna tra gli anti-occidentali: “proxy war”, guerra per procura. Come quella che sarebbe stata scatenata in Ucraina dall’America per colpire la Russia. L’America? “Certo, l’America – ci viene detto – mica crederete alla favoletta della Russia che invade un altro Stato sovrano per annetterselo, come si usava fare in epoca napoleonica o hitleriana. Spiegazione troppo tranchant, troppo naif per essere vera. Non avete ancora capito che è una guerra per procura? Una guerra voluta, pensata, organizzata e provocata per fare esclusivamente gli interessi economici, militari e politici degli Stati Uniti”.

    Che importa se questa ricostruzione tratta indegnamente un popolo disposto a morire per la propria indipendenza, che importa se questa tesi, toccando l’apice dell’idiozia geopolitologica insieme a quello del cinismo, considera gli ucraini tante sciocche marionette teleguidate da Washington.

    Breve parentesi: qualche mese fa è uscito il libro di un giornalista ultraconservatore britannico, Douglas Murray, dal titolo “Guerra all’Occidente”. Anche lì si parla di autoflagellazione occidentale, facendola però scaturire non dalla convinzione di vivere in una finta democrazia, ma molto più rozzamente dal presunto senso di colpa di “essere bianchi”. Ebbene, riducendo erroneamente la questione ad una sfida razziale e culturale, questa tesi finisce per identificarsi con le posizioni dell’estrema destra, facendo credere che quest’ultima, con le sue crociate illiberali contro l’immigrazione e il multiculturalismo, fornisca le giuste risposte all’autoflagellazione dell’Occidente, mentre ne è una delle principali e catastrofiche cause.

    Guai dunque a identificare l’impeto masochistico dell’Occidente con una rozza questione razziale. Il terreno è eminentemente politico, ed è solo su questo terreno che, pesantemente condizionati dalla simmetrica offensiva da destra e da sinistra, da questo attacco stereofonico alla democrazia liberale, milioni di elettori hanno cominciato a credere che la loro democrazia, in qualunque luogo del globo occidentale, fosse solo un inutile simulacro, solo una maschera dipinta su un volto politico corrotto, elitario, supponente, oppressivo, amico dei ricchi, imperialista. Migliaia di media, social più o meno manipolati, partiti populisti di destra, di sinistra o di entrambe, università, centri culturali, centri di potere economico e finanziario hanno lavorato incessantemente notte e giorno, come le talpe di una metro, per far crollare la fiducia nella democrazia, per allontanare milioni di elettori dalle urne o avvicinarli alle ali più radicali. E alla fine, quei posti vuoti lasciati al tavolo da gioco della politica sono stati occupati dai furbi. E non solo furbi: perché quando agli occhi dell’elettore medio, rossi verdi e gialli diventano tutti uguali come in un film di Alberto Sordi, tutti meritevoli del medesimo disprezzo popolare, a vincere sono quasi sempre i neri. Neri, furbi e farabutti.

    Così è finita la partita nell’America di Trump. Come in un film: improvvisamente, una di queste mattine abbiamo visto gli americani tragicamente catapultati a Pottersville, la città-incubo de “La vita è meravigliosa”, dove tutto è distorto rispetto a prima: case, strade, bar, locali, industrie. Distorto e asservito al signor Henry Potter: non il simpatico maghetto partorito dalla fantasia della Rowling ma il vecchio magnate che, come dice la trama del film di Frank Capra, “odia i poveri e disprezza gli immigrati”. E questa volta, per orientarci nella realtà parallela di Pottersville non ci viene in soccorso neppure Clarence, l’angelo di seconda classe che mostra a George Bailey come sarebbe la sua città se lui non fosse mai esistito. Quel che nel film è solo una spaventosa “sliding door”, sta diventando realtà in America, attraverso una successione di blitz che assomiglia ogni giorno di più a un vero colpo di Stato. Le istituzioni democratiche statunitensi, una volta svilite dalla masochistica campagna anti-liberale ordita dall’Occidente stesso, possono ora essere prese a spallate da un padrone riciclato e più libero di prima di menar le mani, circondato da una cricca di miliardari tecnofascisti e da tanti fanatici osannanti, alcuni dei quali, impuniti, ci hanno già regalato un assaggio di come si assalta militarmente il palazzo della democrazia. Un padrone che insulta e minaccia in nome di Dio, un avido Henry Potter che come nella più trita delle trame cinematografiche si sta impadronendo di tutta la città.

    In una grottesca eterogenesi dei fini, i solerti sabotatori anti-occidentali, da sempre alla ricerca della “vera democrazia”, si ritrovano ora improvvisamente, come tutti noi, dentro una terrificante fiaba tecnomedioevale, dove il cattivo è veramente cattivo e piace da morire a chiunque cerchi un capro espiatorio per sfogare i propri rancori personali, dove il protagonista può tranquillamente ritagliarsi, pescando nel folto repertorio del cinema americano, il ruolo del potente-prepotente, non più destinato alla condanna morale dal tradizionale happy ending hollywoodiano. Una fiaba horror dove ogni filtro sociale, ogni corpo intermedio, ogni contropotere rischia di venir raso al suolo per lasciare in piedi solo la più rozza e nuda rappresentazione plastica del potere. Una fiaba dove si costruiscono tante insolenti Pottersville, a cominciare dalla città ideale di cui abbiamo già pronto, grazie alla Casa Bianca, un efficacissimo “rendering”: la riviera dei ricchi che dovrebbe nascere a Gaza, con tanto di statue d’oro del fondatore, banconote svolazzanti e aperitivi in spiaggia, proprio lì dove pochi mesi prima erano rimaste sepolte decine di migliaia di donne, uomini e bambini palestinesi.

    Ma per moltiplicare i suoi affari oltre confine, per costruire tante altre Pottersville mondiali, per imporre il suo pizzo internazionale ai paesi più deboli e indifesi, la nuova creatura ha bisogno di una seconda testa. Il vecchio avido Donald Potter Trump da solo non basta più. Ed ecco che l’ex nemico Putin, il criminale di guerra, diventa di colpo, come l’Eurasia di Orwell, il suo migliore alleato. Sputando sui 150 mila morti ucraini massacrati dai russi invasori, Trump dileggia, insulta e umilia Zelensky perché quest’ultimo non vuole cedergli le terre rare senza una garanzia di sicurezza per il suo Paese. Zelensky diventa allora il dittatore che aggredisce, e Putin l’aggredito, il nuovo amico di merende mafiose e di terre di conquista. Washington-Mosca 1984: con la riscrittura della Storia, opportunamente accompagnata da “neolingua” e “bipensiero”, nasce Trùmputin, essere tutt’altro che mitologico, perfettamente reale, omogeneo nella struttura fisica, convergente negli obiettivi: stessa pasta, stessi fini estorsivi. Volente o nolente, l’autosabotaggio occidentale ha compiuto la sua missione. E ha partorito il suo mostro.

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    • Marco Ruffolo
      Marco Ruffolo
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