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    Speciale - LA PIAZZA BLU. Il mondo soffre e l'Europa si ritrova

    L’Ucraina, la difesa e la pace

    Pier Virgilio DastoliBy Pier Virgilio DastoliMarzo 19, 20250 Views8 Mins Read
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    Vogliamo sintetizzare il nostro pensiero su due punti legandoci alle idee che sono al centro del dibattito politico in Italia e in Europa e che hanno attraversato il 15 marzo Piazza del Popolo.

    1. Il sostegno all’Ucraina e il processo di pace in Europa

    Il sostegno all’Ucraina nella sua risposta all’aggressione russa deve proseguire ed anzi rafforzarsi attraverso una determinazione unitaria nelle organizzazioni internazionali, la disponibilità a contribuire a garantire anche militarmente il rispetto della tregua e poi degli accordi di pace da parte di tutti gli attori se tali accordi saranno negoziati intorno a un tavolo a cui partecipino su un piano di uguaglianza il governo ucraino e i rappresentanti dell’Unione europea, del Consiglio d’Europa e dell’OSCE di cui fanno parte sia il Regno Unito e la Turchia.

    Gli accordi devono prevedere una missione di forze di interposizione e di controllo della tregua e che devono essere composte da effettivi internazionali di Paesi che non sono stati parti in causa e che escludono la Nato e l’Unione europea da una parte e la Russia e i suoi alleati dall’altra con funzioni di peace keeping, peace building ma anche di peace enforcement come previsto dallo Statuto delle Nazioni Unite ed una catena di comando autonoma dagli Stati coinvolti essendo consapevoli dei problemi nati in altre passate iniziative di pace come nella guerra civile che ha martoriato i Balcani.

    L’Unione europea deve chiedere nell’incontro di Roma dal 10 al 12 luglio l’impegno internazionale al coinvolgimento nell’opera di ricostruzione dopo la guerra delle grandi banche e organizzazioni finanziarie (Banca Mondiale, FMI, BERS e BEI) immaginando anche la creazione di una banca ad hoc insieme a regole precise e condizioni rigorose di attribuzione, gestione e rendicontazione dei fondi che ne sottraggano la responsabilità alle autorità ucraine affidandole ad una amministrazione controllata che applichi i principi finanziari dell’Unione europea.

    L’eventuale adesione dell’Ucraina all’organizzazione politica e militare del Patto Atlantico deve far parte degli accordi di pace che devono preludere ad una conferenza internazionale sul modello di quella di Helsinki del 1975 e del Trattato di Parigi del 1990.

    L’eventuale adesione all’Unione europea dell’Ucraina e degli altri Paesi candidati deve essere preceduta – nella misura in cui essi saranno in grado di rispettare e di adeguarsi all’acquis communautaire – all’accordo preliminare dei loro parlamenti sulla esclusione di ogni opting out preteso dai candidati, allo stato di diritto, al primato del diritto europeo e alla sua personalità giuridica internazionale insieme all’adesione ai poteri della Corte di Giustizia e al principio della cooperazione leale, alla Carta dei diritti fondamentali, ai diritti delle persone che appartengono a delle minoranze, al rispetto delle competenze esclusive ed in particolare il mercato interno, la politica monetaria e la politica commerciale.

    L’Unione europea, da parte sua, deve avviare in tempo utile prima delle future adesioni un processo di riforma federale dell’Unione europea che sia fondato su una procedura democratica costituente in cui sia riconosciuto il potere di iniziativa del Parlamento europeo, il coinvolgimento dei parlamenti nazionali attraverso delle “assise” a cui partecipino come osservatori delegati dei parlamenti dei paesi candidati come avvenne nella Convenzione sul futuro dell’Europa e la ratifica del testo di riforma attraverso un referendum pan-europeo come fu proposto in quella Convenzione dalla maggioranza dei suoi membri.

    1. La difesa europea e la pace internazionale

    Per quanto riguarda la difesa europea con una funzione deterrente, di protezione civile, di lotta al terrorismo internazionale e di mantenimento della pace (peace keeping, peace building e peace enforcement) e di monitoraggio sul rispetto dei trattati internazionali noi siamo convinti che le scelte strategiche, politiche ed operative debbono precedere la quantificazione delle spese europee usando gli strumenti che esistono già come l’Agenzia europea di procurement comune, l’Agenzia europea della Difesa e il futuro fondo EDIP per l’industria militare in codecisione sul tavolo del Consiglio e del Parlamento europeo e, come futura catena di comando sottoposta ad una autorità politica, l’esistente Stato Maggiore Europeo  per andare ben al di là di unità operative multinazionali come Eurofor e Eurocorps che non sono mai andato oltre attività di addestrative comuni.

    Ciò può e deve avvenire in tempi rapidi, contrariamente all’approccio proposto da Ursula von der Leyen che ha suggerito l’ammontare totale di 800 miliardi di euro prima di identificare gli obiettivi che vanno bel al di là della inutile bussola cosiddetta strategica adottata nel maggio 2022 e dell’inefficace cooperazione strutturata a 26 nel quadro delle PESCO.

    La difesa europea deve essere così parte integrante della politica estera e della sicurezza europea nella prospettiva di un governo europeo abilitato a decidere per tutti sotto il controllo del Parlamento europeo includendo anche il tema della difesa civile, dei corpi di pace e di solidarietà sapendo che la prospettiva di una vera difesa europea per rispondere alla eventuale fine dell’ombrello statunitense europeo nella NATO aprirà la questione della deterrenza nucleare francese su cui Emmanuel Macron ha tuttavia ribadito che “la dissuasione nucleare è e resterà francese dall’inizio alla fine” chiudendo per ora la porta alla rinuncia di Parigi alla propria sovranità e una riflessione sull’ipotesi dell’adesione dell’Unione europea all’organizzazione politica dell’Alleanza Atlantica sulla base dell’art. 42.7 TUE per le relazioni con la NATO e l’art. 217 TFUE che autorizza l’Unione europea a sottoscrivere degli accordi con organizzazioni internazionali con diritti e obblighi reciproci insieme ad azioni comuni.

    Fin da subito, uniformando le infrastrutture e i comandi europei con quelli della NATO, si può con urgenza costruire un pilastro europeo della NATO che permetta di avere una autonomia strategica dagli USA e la possibilità di agire in modo indipendente dopo un loro eventuale ritiro dalla Alleanza.

    Noi siamo anche convinti che il primo passo verso investimenti europei nel settore della difesa si indirizzerebbe nella direzione sbagliata se in esso prevalesse l’idea di aumentare le spese nazionali usando la clausola di sospensione e di salvaguardia del Patto di stabilità, a cui il governo italiano vorrebbe aggiungere surrettiziamente la lotta all’immigrazione con il controllo delle frontiere nazionali, quando ciascuno Stato europeo difende gelosamente sovranità, produttori, importatori e accordi internazionali rifiutandosi di adottare qualunque forma di cooperazione sul controllo delle vendite di armi a paesi terzi.

    L’idea di aumentare globalmente le spese militari, che rischierebbero di concentrarsi sugli effettivi e non su investimenti comuni e coordinati, perde di credibilità se si considera che nel 2024 la Russia ha speso per la difesa in termini reali 145,9 miliardi di dollari mentre i cinque maggiori Paesi europei (Francia, Germania, Regno Unito, Italia e Polonia) ne hanno spesi da soli 294.

    Si dovrebbe invece rafforzare il bilancio europeo con prestiti e titoli di debito pubblico e poi con nuove risorse proprie come è avvenuto con il NGEU i cui atti normativi furono basati non più sull’art. 122 TFUE ma sull’ultima parte dell’articolo 175 TFUE, che prevede “azioni specifiche” a medio termine al di fuori dei fondi a finalità strutturale e che  richiede la procedura legislativa ordinaria garantendo così il controllo democratico europeo ed il coinvolgimento dei parlamenti nazionali sulla base dell’art. 5 TUE.

    Si tratta di finanziare azioni comuni in settori in cui manca la cooperazione operativa militare e industriale e in cui fosse indispensabile un’efficace cooperazione e interoperabilità come i servizi di intelligence, i sistemi di difesa antimissile e anti-droni e uno scudo spaziale europeo, strumenti satellitari per garantire l’autonomia strategica insieme all’integrazione degli investimenti pubblici in una dimensione europea per affrancarsi progressivamente dalle tecnologie statunitensi come suggerito dal rapporto Draghi.

    Nel settore industriale è urgente approvare il regolamento relativo al Fondo EDIP, piuttosto che creare un nuovo piano Security Action For Europe (SAFE) come proposto dalla Commissione europea, rafforzandone la dimensione finanziaria con i prestiti di 150 miliardi di euro già annunciati nel “Libro Bianco sulla Difesa” le cui basi giuridiche (art. 114.1 sul riavvicinamento delle legislazioni, art. 173.3 sulla politica industriale, art. 212.2 sulla cooperazione economica e finanziaria con paesi terzi e art. 322.1 sulle regole finanziarie) prevedono il voto a maggioranza qualificata del Consiglio e la proceduta legislativa ordinaria e dunque il ruolo legislativo del Parlamento europeo.

    Nel caso in cui apparissero necessarie azioni per raggiungere gli obiettivi indicati nel paragrafo 5 degli articoli 3 e 21 TUE ed in particolare quelli della pace e della sicurezza ma il Trattato non avesse previsto i poteri d’azione bisognerebbe ricorrere all’art. 352 TFUE che richiede una proposta della Commissione europea, l’approvazione del Parlamento europeo con il coinvolgimento dei parlamenti nazionali e la decisione unanime del Consiglio dell’Unione.

    Se l’ostacolo dell’unanimità nel Consiglio non potesse essere superato la strada percorribile potrebbe essere quella che fu indicata nel 2017 dopo la Brexit dagli allora ministri degli esteri Paolo Gentiloni e della difesa Roberta Pinotti con il sostegno di Francia, Germania e Spagna per un trattato al di fuori dei trattati ispirandosi al contenuto del progetto di Trattato per una Comunità europea di Difesa congelato nel 1954 dall’Assemblea nazionale francese e dal non-voto del Parlamento italiano con un metodo che richiami il modello di Schengen sulla libera circolazione delle persone sottoscritto inizialmente nel 1985 da Francia, Germania e Benelux con l’obiettivo di integrarlo come è avvenuto nel 1997 con il suo acquis quando le condizioni politiche lo consentirono.

    Esso fu integrato con l’eccezione del Regno Unito e dell’Irlanda che ottennero, con molti caveat, di non sottoscrivere l’integralità di quell’acquis e con una soluzione che potrebbe avvenire con i Paesi membri dell’Unione europea che non fanno parte della NATO (Austria, Cipro e Malta) ma con l’eccezione positiva dell’Albania, dell’Islanda, della Macedonia del Nord, del Montenegro, della Norvegia, del Regno Unito e della Turchia che non sono membri dell’Unione europea ma che sono membri della NATO.

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