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    Home»Mondo»La Corte degli Impuniti
    Mondo

    La Corte degli Impuniti

    Alfonso ScaranoBy Alfonso ScaranoNovembre 19, 20250 Views3 Mins Read
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    Donald Trump che scrive al Presidente israeliano Isaac Herzog per chiedere la grazia a Benjamin Netanyahu è una scena che meriterebbe di essere incisa nel bronzo, più che commentata. Una cartolina del potere che si autoprotegge, si autogratifica e, soprattutto, si autoassolve. Gli impuniti del mondo che si scambiano favori come fossero biglietti da visita, convinti che la legalità sia un orpello per anime timorate, non per statisti di ventura.
    Trump, con la delicatezza diplomatica di un bulldozer, invita Herzog a lasciar perdere quei processi per corruzione, frode e abusi che pendono sul capo di Netanyahu come una spada di Damocle ormai visibile persino ai ciechi. E lo fa con la insolente formula: afferma di “rispettare la giustizia israeliana” mentre la tratta come un optional, una fastidiosa perdita di tempo da liquidare con un colpo di penna. Se questo è rispetto, figuriamoci il disprezzo.
    Il punto non è Netanyahu. L’uomo si difende come può, e come sa: evocando complotti, sinistre toghe, élite traditrici. Una litania che abbiamo ascoltato in mille lingue e mille paesi. Il punto è che un presidente degli Stati Uniti – uno che peraltro affronta processi propri – si permette di mettere bocca nei meccanismi costituzionali di un altro Stato sovrano, come se la grazia fosse una mancia da lasciare sul tavolo del ristorante. E lo fa pubblicamente, platealmente, con il tono di chi offre consigli su come parcheggiare la macchina, non su come tenere in piedi la dignità di una democrazia.

    Herzog, dopo lo sghignazzo alla esposizione della proposta applaudita nei tempio della democrazia di Israele, ha poi tentato di salvare le apparenze ricordando che la grazia non si concede “su richiesta di un amico”, ma attraverso procedure formali. È la risposta istituzionale che si dà a chi tenta di entrare a palazzo dalla finestra. Ma il danno, quello vero, non sta nella lettera: sta nella modalità e nel messaggio.
    Trump e Netanyahu appartengono ad una nuova confraternita mondiale degli uomini forti che vogliono dirci che la giustizia è politica, e la politica è giustizia. E dunque, se un leader è eletto, ha diritto alla sua impunità. Il voto come condono permanente. Il consenso come autodafé. È l’idea più pericolosa del nostro tempo, l’anticamera del dispotismo in telecronaca.

    Una grazia preventiva – perché di questo si tratta – non è una misura di clemenza. È la resa dello Stato, dei tribunali, della legge, della separazione dei poteri con Montesquieu che si rivolta nella tomba. È la mortificazione certificata che il potere non risponde delle proprie azioni. È l’abolizione implicita della separazione dei poteri, quella cosa che ancora oggi i libri di scuola fingono di spiegare ai ragazzi come se fosse un principio universale, e non una specie assassinata e in via di estinzione.

    La lettera di Trump non passerà alla storia come un atto diplomatico. Passerà, semmai, come un sintomo patologico: il segnale che un certo tipo di leader, quando vede un tribunale, non pensa alla giustizia ma alla fuga con salvacondotto. E cerca complici, non giudici. Netanyahu avrà pure i suoi processi da affrontare. Ma la vera imputata, qui, è l’idea stessa che la democrazia possa sopravvivere quando i suoi guardiani sono i primi a chiederne l’abolizione, mascherata da grazia.

    E allora ricordiamoci una cosa: il potere che chiede impunità è già colpevole. E certe richieste, più che essere accolte, andrebbero rispedite al mittente. Con l’indirizzo preciso: alla corte degli impuniti.

    Autore

    • Alfonso Scarano
      Alfonso Scarano
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