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    Home»Mondo»La fine di un impero, un mondo multipolare all’orizzonte
    Mondo

    La fine di un impero, un mondo multipolare all’orizzonte

    Guido BonarelliBy Guido BonarelliMarzo 19, 20250 Views5 Mins Read
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    New York con l'Empire State Building, foto di David Vives, Unsplash
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    Al contrario di chi parla di «ritorno degli imperi», dovremmo forse parlare della crisi dell’unico impero rimasto, quello americano, della sua pretesa di governare un mondo globalizzato e dell’apertura di un nuovo scenario dove molte potenze sono oggi in competizione.

    Le radici della crisi

    Quando, con la disfatta delle vecchie potenze europee al termine della seconda guerra mondiale, la decolonizzazione e il crollo dell’Unione Sovietica, gli imperi tradizionali sono finiti e l’Europa ha perso la sua centralità, gli Stati Uniti sono emersi come unico impero non nel senso classico di dominio territoriale, ma che ha esercitato un’egemonia globale economica, culturale, militare e tecnologica, un impero quindi informale esteso al resto del mondo.

    Bill Clinton alla base aerea NATO di Ramstein, in Germania,1999, Wikimedia Commons

    La crisi non è avvenuta all’istante, ma progressivamente, a partire dal tragico 11 settembre delle Torri Gemelle per approdare alle guerre e ai progetti più inutili del ventennio successivo, dall’Afghanistan all’Iraq alle primavere arabe, con il rovesciamento sanguinoso del regime libico e la Siria dello Stato Islamico.

    Il progetto di esportazione della democrazia, con il suo seguito di vittime nei Paesi del Medio Oriente e di popolazioni in fuga dalle zone di conflitto, non ha aperto un’era di pace ma più ferite di quelle che a parole dovevano essere curate. La percezione degli Stati Uniti nel mondo è gradualmente peggiorata.

    L’antagonismo emerso con la Russia nella guerra ucraina – quasi a ridosso del ritiro dall’Afghanistan – e il manifestarsi di nuovi teatri di confronto in Medio Oriente e nel Pacifico, hanno messo a nudo tutte le contraddizioni di un impegno sul lungo periodo sostanzialmente insostenibile, sia economicamente sia militarmente.

    Un nuovo ordine internazionale

    Alla luce di queste considerazioni, interpretare quello che si apre dopo la vittoria di Trump come l’emergere di un’era dominata da imperi non corrisponde – al di là dell’originalità e dei proclami del personaggio – alla realtà geopolitica attuale, più prossima invece a un nuovo ordine internazionale non più unipolare ma multipolare, nel quale Cina, Russia, India e non solo saranno, assieme agli Stati Uniti, i nuovi protagonisti.

    I leader dei BRICS al XV Summit di Johannesburg, 2023

    Un nuovo ordine dove paradossalmente l’Europa, abituata da decenni a mutuare le proprie scelte dal partner d’oltreoceano, sembra l’entità sovranazionale più sprovvista a rappresentare un ruolo da protagonista.

    Nonostante le affinità e la crisi di consenso, gli Stati Uniti appaiono ancora un Paese dove la democrazia vince sull’establishment, mentre la scarsa rappresentanza espressa dall’Unione Europea favorisce l’establishment a tutto svantaggio della democrazia rappresentativa.

    La recente «chiamata alle armi» della presidente della Commissione Europea rappresenta un esempio illuminante di che cosa significhi assumere decisioni – in ordine sparso e privi di una strategia per un’autentica difesa comune – senza sottoporsi al processo democratico.

    L’esito è che, a fronte di questa insufficienza istituzionale, fiancheggiata tra l’altro dai media di maggiore ascolto ma non dal favore popolare, la capacità critica sembra affidata alle forze più avverse alla costruzione europea, che aumentano via via il proprio seguito.

    Quale strada per la pace?

    Nell’attesa che l’Europa si risvegli, tornando all’ordine multipolare in ascesa, la domanda urgente è, mentre anche oggi tuonano i cannoni a Gaza e la guerra ucraina non conosce sosta: come saranno in grado queste potenze di reggere una competizione virtuosa e non conflittuale, che assicuri la pace necessaria al mondo?

    Jeffrey Sachs al WTO Public Forum del 2019, Wikimedia Commons

    L’economista statunitense J. D. Sachs, che ha dedicato una molteplice attività di studio allo sviluppo sostenibile, alla lotta alla povertà e alle politiche economiche globali, ma anche alla crisi geopolitica in atto negli ultimi decenni tra grandi potenze, esamina tre alternative per le grandi potenze in un ordine multipolare: la competizione per il predominio, la tolleranza reciproca e la cooperazione, e indica questa terza possibilità come una possibile via per la pace:

    «Una pace duratura è possibile. Possiamo imparare molto dalla lunga pace che prevalse nell’Asia orientale prima dell’arrivo delle potenze occidentali nel XIX secolo. Nel suo libro Chinese Cosmopolitanism, la filosofa Shuchen Xiang cita lo storico David Kang e la sua osservazione che “dalla fondazione della dinastia Ming alle guerre dell’oppio, ovvero dal 1368 al 1841, ci furono solo due guerre tra Cina, Corea, Vietnam e Giappone. Si trattava dell’invasione cinese del Vietnam (1407-1428) e dell’invasione giapponese della Corea (1592-1598).” La lunga pace dell’Asia orientale fu infranta dall’attacco della Gran Bretagna alla Cina nella prima guerra dell’oppio, 1839-1842, e dai conflitti tra Oriente e Occidente (e in seguito tra Cina e Giappone) che seguirono.

    La Xiang attribuisce il mezzo millennio di pace nell’Asia orientale alle norme confuciane di armonia che hanno sostenuto l’arte di governare tra Cina, Corea, Giappone e Vietnam, in contrasto con la lotta per l’egemonia che ha caratterizzato l’arte di governare dell’Europa. La Cina, durante questo lungo periodo, è stata l’egemone incontrastato della regione, ma non ha usato il suo potere predominante per minacciare o danneggiare Corea, Vietnam o Giappone.»

    Immagine di apertura: New York con l’Empire State Building, foto di David Vives, Unsplash

    Autore

    • Guido Bonarelli
      Guido Bonarelli

      Nato a Roma da famiglia di origine anconitana, si è laureato nel 1978 in Scienze Politiche e Sociali. Contemporaneamente agli studi universitari ha frequentato, nel 1975-77, un corso di giornalismo e un corso di diritto comunitario. In questi anni inizia la sua attività di volontariato con Associazione Italiana per la Gioventù Europea, Centro Giovanile per la Cooperazione Internazionale, Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, Comitato Italiano Giovani per l’UNICEF. Autore di articoli di approfondimento su problemi riguardanti le relazioni internazionali e a tema economico, collabora negli stessi anni con diverse riviste (tra le quali Tutti, Lettera del MSOI, Studi Cattolici). Avvia quindi, nel 1978 una lunga esperienza professionale in materia editoriale. Nel 2006, intraprende l’attività di imprenditore agricolo in Umbria, dando vita ad un’azienda agricola multifunzionale, insieme azienda biologica condotta con pratiche colturali ecocompatibili e agriturismo. In parallelo ha da sempre rivolto il suo personale impegno alla ricerca storica.

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