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    Home»Sviluppo sostenibile»Green Deal in crisi ? Si, senza i soldi, dice la Bce
    Sviluppo sostenibile

    Green Deal in crisi ? Si, senza i soldi, dice la Bce

    Nunzio IngiustoBy Nunzio IngiustoAgosto 19, 20250 Views4 Mins Read
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    Se l’Europa non diventerà mai verde sul serio, non cercate le colpe da una sola parte. Le azioni dei Paesi sovranisti contro la transizione energetica sono sotto gli occhi di tutti, ma c’è un dato su cui tutti i 27 Paesi dovrebbero riflettere: il bisogno di soldi. Quelli che servono prescindono dalle attuali politiche, per la semplice ragione che interessano un programma e un progetto di lungo respiro. I leader passano, i problemi del clima restano. I soldi, tuttavia, non li possono, non li devono, mettere soltanto i singoli Stati. Ci vuole un’azione corale, purtroppo, molto annebbiata. La prima verifica importante della transizione verde è fissata al 2030. Ma per raggiungere entro quella data gli obiettivi climatici ci vogliono tra i 400 e i 558 miliardi di euro all’anno di investimenti. Numeri monstre, contenuti nell’ultimo documento sul tema, elaborato dalla Bce. Le sue azioni sono sempre esaminate con attenzione ora per le politiche di austerità, ora per le operazioni sui tassi d’interesse. Ma stavolta è coerente con l’aspirazione europeista. Ha indicato una forbice ampia di denaro da mettere in circolazione, per contenere la spesa anche dopo il 2030. Certo che il cambiamento climatico continuerà a creare disastri ancora a lungo. In una recente audizione alla Camera dei Deputati, dedicata al Green Deal, Roberto Torrini, capo struttura della Banca d’Italia ha spiegato ai parlamentari italiani il senso del documento della Bce.

    Bce e investimenti

    Il lavoro dei tecnici della Banca europea ha preso in esame il Patto per l’industria pulita, approvato dalla Commissione Ue a febbraio. In altra sede ho già avuto modo di dire che si tratta di un documento di fondamentale importanza a poco più di 5 anni dalla citata scadenza climatica del 2030. Torrini lo ha confermato: siamo a un bivio e tuttavia “non è possibile che il programma di transizione europea e le iniziative attuative possano gravare solo sui bilanci dei singoli Paesi “ha detto. I governi sono tenuti a rispettare le compatibilità finanziarie e le differenze di bilancio interno. E non è un caso se molte opposizioni al Green Deal Ue partono da questo presupposto. Inoltre, se programma e progetto comunitari raggiungeranno gli scopi prefissati, i benefici non saranno di un singolo Paese. Va bene che sia  l’Europa tutta a doversi fare carico della (maggiore) spesa. Procedere sulla strada della decarbonizzazione vuol dire, però, non intaccare la competitività dell‘industria europea, soprattutto ora che deve fare i conti con gli squilibri provocati dai dazi di Trump. Le industrie Usa per buona parte hanno abbandonato ogni idea di sviluppo sostenibile. Hanno buon gioco di qua dell’Atlantico nei confronti dell’apparto produttivo europeo: pagano l’elettricità mediamente il 150 % in meno. La competizione a questo punto diventa un fenomeno ottico e Mr. Trump è un genio (sic!)

    Il Green Deal spaventa i manager ?

    Il Patto per l’industria pulita dell’Ue ha intenzioni nobili dal punto di vista ambientale. Vuole dare sostegno a industrie ad alta intensità energetica che producono acciaio, chimica, metallurgia. Ma sono i sovranisti della Polonia, la destra francese e tedesca, i gruppi nazionalisti, a formare quella squadra di negazionisti climatici che vorrebbe la cancellazione di tutte le norme sulle fonti rinnovabili e sulle compatibilità ambientali delle lavorazioni made in Europa. Ci riusciranno ? In qualche caso hanno dalla loro le organizzazioni dei lavoratori e bisogna fare una riflessione, laddove il mercato del lavoro sconta sofferenze. Del resto la Bce ha chiesto (e non è la prima volta) anche maggiori investimenti privati per accelerare la transizione e ridurre il peso dell’Unione del mezzo milione di euro di investimenti all’anno.  C’è dunque da avere il timore che la grande industria, impaurita dal dover mettere capitali propri, finisca per appoggiare quelle politiche negazioniste del clima su cui pesano calamità inestimabili. Occasione d’oro per affermare una vera politica riformista.

    Autore

    • Nunzio Ingiusto
      Nunzio Ingiusto

      Nato a Pomigliano d’Arco (Na) giornalista, laureato in Scienze Politiche Ha iniziato negli anni ’80 ed ha scritto per l’Unità, Paese Sera, Il Mattino, Il Denaro, Specchio Economico, il Riformista, www.startmag.it. Nella lunga carriera si è occupato di Mezzogiorno, economia, energia, green economy, ambiente. É stato Direttore di periodici locali ed account manager in Eni e Italgas. Ha fatto parte di Comitati, Commissioni speciali su ambiente ed energia. Già consigliere nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e della Federazione Relazioni Pubbliche (Ferpi) è membro della Federazione Italiana Media Ambientali ( FIMA) e della Free Lance International Press (Flip). E' autore del libro “Mezzogiorno in bianco e nero“ (Ed. Orizzonti Meridionali). Ha vinto il Premio giornalistico “Calabria ‘79” e il "Premio Nadia Toffa 2022 ».Scrive per FIRSTonline collabora con Italia Notizie24, EspressoSud;

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