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    Home»Storia e controstoria»Innocenti bugie?
    Storia e controstoria

    Innocenti bugie?

    Guido BonarelliBy Guido BonarelliDicembre 20, 20250 Views5 Mins Read
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    La storia è l’antidoto più robusto contro l’ideologia. I fatti attuali lo dimostrano, ecco alcuni esempi di affermazioni discutibili …

    1) Trump è un affarista

    Se leggiamo bene gli eventi possiamo constatare che gli Stati Uniti, come ogni grande potenza della storia, hanno sempre perseguito con tenacia il proprio interesse economico, e in questo c’è una sostanziale continuità tra le diverse amministrazioni. Anche se dobbiamo notare che la caratteristica delle due presidenze Trump è quella di non alimentare guerre per trarne profitto.

    Hegemony or Survival, il principale saggio di Noam Chomsky sulla strategia imperiale americana del secondo dopoguerra

    Bush padre e figlio erano fortemente legati all’industria petrolifera sia per affari personali (con la fondazione di Arbusto Energy da parte di Bush padre), sia attraverso le politiche energetiche e le due guerre contro l’Iraq.

    Biden applicò dazi su molti paesi «alleati» e sull’Europa e impose alla Cina dazi di oltre il 100% sulle auto elettriche e sull’elettronica.

    La guerra con l’Ucraina si è rivelata un buon affare per gli Stati Uniti, che in Europa hanno (almeno in apparenza, considerando le triangolazioni sulle forniture) sostituito con gas e petrolio gli idrocarburi provenienti dalla Russia, ma l’affare continua anche oggi e si allarga alle forniture militari.

    Reagan determinò con Gorbačëv la fine della guerra fredda e per l’Occidente la caduta del muro di Berlino con l’afflusso di capitali, soprattutto americani, nella parte di Europa «liberata» dalla dittatura comunista, fu un ottimo affare.

    La penetrazione economica sarebbe continuata in Russia, ma l’arrivo di Putin e la riaffermazione della potenza russa ha rinnovato il confronto con l’Occidente. La recente proposta di Trump, nel quadro dell’accordo sull’Ucraina, per riammettere la Russia nel G7 ha come obiettivo di allentare la tensione in Europa e recuperare il mercato russo, riequilibrando la competizione strategica ed economica con la Cina.

    2) La Russia non è sincera quando parla di pace

    Gli accordi di Minsk, dopo che la rivoluzione di Maidan segnò l’affermazione di un governo antirusso e la Russia intervenne in appoggio alla secessione della Crimea occupando la penisola, avrebbero dovuto portare la pace nel Paese, ma al contrario inaugurarono un lungo periodo di violenze tra il governo centrale e i territori a maggioranza russa del Donbass.

    Angela Merkel e François Hollande con Vladimir Putin durante il vertice che portò alla firma degli accordi di Minsk 2, Kremlin.ru

    Le parole di Angela Merkel su Die Zeit del 7 dicembre 2022 rivelano come l’Occidente abbia considerato quegli accordi di pace: «L’Ucraina del 2014-15 non era l’Ucraina di oggi. Come abbiamo visto nei combattimenti per Debaltsevo all’inizio del 2015, Putin avrebbe potuto facilmente conquistarla. E dubito fortemente che ci fosse molto che i Paesi della NATO avrebbero potuto fare allora, come stanno facendo ora per aiutare l’Ucraina. Sapevamo tutti che si trattava di un conflitto congelato, che il problema non era stato risolto, ma è stato proprio questo a far guadagnare tempo prezioso all’Ucraina».

    Il 28 dicembre successivo l’altro protagonista di Minsk, François Hollande, presidente francese in carica dal 2012 al 2017, confermava al Kyiv Independent: «Angela Merkel ha ragione … Dal 2014, l’Ucraina ha rafforzato il suo potenziale militare. In effetti l’esercito ucraino era completamente diverso rispetto al 2014. È diventato meglio addestrato ed equipaggiato. È merito degli accordi di Minsk se Kiev ha ottenuto una tale opportunità».

    L’inganno che si celò dietro a quei finti accordi di pace, che servirono a bloccare le potenziali iniziative russe, è evidente, ma noi dovremmo credere che insincera nel parlare di pace sia sempre la Russia, mai l’Occidente. Non si tratta con questo di assolvere la Russia, ma di esaminare gli eventi nella totalità dei fattori in gioco.

    3) Gli Stati Uniti vogliono la fine dell’Europa

    Il documento sulla nuova Strategia per la sicurezza nazionale americana ha suscitato un’immediata reazione in Europa ed è stato interpretato come un giudizio senza appello contro il nostro continente.

    In realtà nel documento non emerge una posizione pregiudiziale contro l’Europa ma, innanzitutto, una critica della politica americana, di quelle élite che hanno perseguito il «dominio americano permanente del mondo intero» per mezzo del globalismo e delle istituzioni transnazionali, erodendo la ricchezza degli Americani e la sovranità nazionale.

    Ursula von der Leyen parla sullo stato dell’Unione Europea nel settembre 2021, Wikimedia Commons

    Questo processo elitario avrebbe contagiato anche l’Europa, alla quale è dedicato il paragrafo, tutt’altro che negativo, Promuovere la grandezza dell’Europa:

    «… l’Europa rimane strategicamente e culturalmente vitale per gli Stati Uniti. Il commercio transatlantico rimane uno dei pilastri dell’economia globale e della prosperità americana. I settori europei, dall’industria manifatturiera alla tecnologia all’energia, rimangono tra i più solidi al mondo. L’Europa è sede di ricerca scientifica all’avanguardia e di istituzioni culturali leader a livello mondiale. Non solo non possiamo permetterci di ignorare l’Europa, ma farlo sarebbe controproducente per gli obiettivi di questa strategia.»

    Nel documento viene sottolineato il legame dell’Europa con gli Stati Uniti, un’alleanza nel dopoguerra fondamentale per la pace e la libertà, finché la sua struttura guida, l’Unione Europea, non si è trasformata in un’entità sempre più verticistica, con una scarsa rappresentanza democratica sul piano della direzione e delle scelte politiche ma attenta a regole sempre più soffocanti.

    Le polemiche sorte nell’ultimo anno sul piano di riarmo europeo e sul controllo da esercitare su partiti e Paesi non allineati con i vertici di Bruxelles, spesso fatalmente premiati alle urne per effetto di tale politica miope, sono l’evidente riprova che tra la leadership europea e i cittadini esiste un fossato ormai quasi incolmabile.

    La realtà è infatti che nessuno ti fa fallire se non ti metti nelle condizioni per arrivarci. L’Europa è in mezzo a molti giganti planetari, senza voce, anche se nessuno le impedisce di parlare e di assumere iniziative serie, partendo col ricostruire un reale tessuto democratico che oggi manca nell’impianto istituzionale e restituendo il giusto valore alle identità nazionali.

    Immagine d’apertura: Il fiume Donec nella riserva naturale di Chalkland, regione di Donetsk, Wikimedia Commons

    Autore

    • Guido Bonarelli
      Guido Bonarelli

      Nato a Roma da famiglia di origine anconitana, si è laureato nel 1978 in Scienze Politiche e Sociali. Contemporaneamente agli studi universitari ha frequentato, nel 1975-77, un corso di giornalismo e un corso di diritto comunitario. In questi anni inizia la sua attività di volontariato con Associazione Italiana per la Gioventù Europea, Centro Giovanile per la Cooperazione Internazionale, Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, Comitato Italiano Giovani per l’UNICEF. Autore di articoli di approfondimento su problemi riguardanti le relazioni internazionali e a tema economico, collabora negli stessi anni con diverse riviste (tra le quali Tutti, Lettera del MSOI, Studi Cattolici). Avvia quindi, nel 1978 una lunga esperienza professionale in materia editoriale. Nel 2006, intraprende l’attività di imprenditore agricolo in Umbria, dando vita ad un’azienda agricola multifunzionale, insieme azienda biologica condotta con pratiche colturali ecocompatibili e agriturismo. In parallelo ha da sempre rivolto il suo personale impegno alla ricerca storica.

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