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    Home»Storia e controstoria»L’impero colpisce ancora
    Storia e controstoria

    L’impero colpisce ancora

    Guido BonarelliBy Guido BonarelliGennaio 19, 20260 Views5 Mins Read
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    «Il potere pensa sempre di avere
    una grande anima e una visione ampia,
    che vanno oltre la comprensione dei deboli.
    E che serve Dio quando viola tutte le Sue leggi.»
    John Adams

     

    Gli eventi di questi ultimi giorni possono segnare un’accelerazione del rischio di guerra generalizzata o sono la naturale affermazione di nuovi equilibri internazionali? Mentre langue ogni ipotesi di pace in Ucraina e sembrano peggiorare nuovamente le relazioni tra gli Stati Uniti, l’Europa e le potenze eurasiatiche, l’attuale governo americano prosegue nel provocare interventi mirati in diverse sfere del potere economico e degli equilibri geo-politici mondiali.

    La personalità indecifrabile di Trump, presunta antitesi allo «stato profondo» americano su una base quasi kennediana, sembra oggi saldarsi con la corrente neocon, che storicamente ha una radice nei repubblicani ed è rappresentata nel governo dal segretario di Stato Marco Rubio, riaffermando la tradizionale politica suprematista degli Stati Uniti con un’accentuazione se possibile ancora più veloce e imprevedibile.

    Il presidente americano, che da un lato vorrebbe apparire come l’alfiere della pace universale, dall’altro assesta colpi alla stabilità economica e fendenti militari, pensando di potersi appropriare di territori e risorse, in un temibile gioco strategico globale.

    Con l’unica, non secondaria differenza che le azioni americane assomigliano, sia in economia sia nelle iniziative offensive, più alla provocazione e a blitz militari che escludono il ricorso ad interventi sul terreno e quindi all’azione bellica vera e propria, nella filosofia più volte evocata da Trump di «pace attraverso la forza».

    Tre sono i principali scenari geo-politici nei quali gli Stati Uniti sono oggi impegnati: l’Artico, l’emisfero occidentale, il Medio Oriente con l’Iran come obiettivo principale.

    Pete Hegseth giura come segretario alla Difesa, Wikimedia Commons

    Nel recente documento strategico della Casa Bianca la collocazione occidentale degli Stati Uniti appare predominante e le rivendicazioni territoriali sul Canada e sulla Groenlandia prima, l’iniziativa militare (seppur limitata) in Venezuela poi, assieme agli avvertimenti a Colombia, Cuba e Panama sembrano da un lato riaffermare questa dottrina, ribattezzata «Donroe» (da «Donald» e «Monroe»).

    La preoccupazione sarebbe quella di assicurarsi il controllo delle riserve del continente, idrocarburi e terre rare, in una competizione con la Cina ormai decisiva negli obiettivi del potere economico americano (significativo è il duplice appoggio sia a Silicon Valley sia alle corporazioni petrolifere), contrastando la precedente corsa al green deal che vedeva l’Occidente in fatale subordine rispetto al colosso asiatico.

    L’egemonia sull’Artico costituisce una parte rilevante di tale disegno strategico degli Stati Uniti, in competizione, e non senza ragione, con le altre potenze planetarie, dalla Russia, che occupa già metà delle terre artiche ed è molto avanzata in fatto di infrastrutture, alla Cina, che, autoproclamatasi «Near Arctic State», è anch’essa attiva nella penetrazione in quest’area geo-politica.

    Questo disegno, nelle modalità imperiali con le quali si è manifestato, ha già trovato l’opposizione dell’Europa, aprendo una crisi che è arrivata allo sbarco in Groenlandia di (poche) truppe di alcuni Paesi europei, ma non costituisce probabilmente un’iniziativa preoccupante, dal momento che in definitiva sia gli Stati Uniti sia l’Europa sono interessati a contenere in qualche modo l’espansionismo di Russia e Cina. Sullo sfondo di questi eventi, la questione climatica pare quasi totalmente dimenticata dai Paesi occidentali.

    La linea rossa, che rivela come l’emisfero occidentale non sia l’unico interesse degli Stati Uniti, è invece oggi rappresentata dal Medio Oriente con l’alleato Israele ed in particolare dall’Iran, alleato della Russia, alla quale fornisce armamento militare, e della Cina, l’obiettivo finale dell’offensiva americana, che vengono così sempre più lambiti nella sfera dei propri interessi vitali. L’Europa si è allineata in questo caso facilmente alle posizioni americane.

    Ali Khamenei nel santuario dell’Iman Reza a Mashhad, 21 marzo 2018, Wikimedia Commons

    Le contraddizioni sono evidenti: parlare della dittatura di Maduro sostituendolo con la vicepresidente Rodriguez significa semplicemente assicurarsi uno status quo che garantisca appoggio agli obiettivi economici degli Stati Uniti, mentre si inneggia alla libertà in Iran quando in Israele la popolazione palestinese viene massacrata e privata delle proprie terre.

    La comunità internazionale, nei decenni all’indomani della seconda guerra mondiale, visti i fattori di instabilità economica e i pericoli che i moderni armamenti costituivano in un possibile nuovo confronto militare tra potenze, ha elevato il livello delle relazioni tra gli Stati con una serie di organismi chiave capaci di assicurare stabilità e controllo dei conflitti (ONU), sviluppo economico (Banca Mondiale) e del commercio (WTO).

    Un paradigma che oggi sembrerebbe essere saltato. Steve Bannon, già consigliere di Trump, nella sua recente intervista al Corriere della Sera del 13 gennaio, ha potuto affermare che Trump «sta mandando in frantumi l’ordine internazionale postbellico perché va contro America First, contro la prosperità e la sicurezza del popolo americano», parlando di quello stesso ordine che aveva segnato l’affermazione globale della potenza americana in un quadro di accordi che faceva leva sugli organismi internazionali.

    La ragione, paradossalmente, è proprio da ricercare nel ridimensionamento della potenza americana, che del multilateralismo era la prima beneficiaria, e nell’emergere di nuove potenze in un mondo ormai di fatto multipolare, ognuna con ambizioni imperiali o che presto potrebbe entrare in una rischiosa competizione.

    Se questo non fosse un semplice riposizionamento mediatico, ma una strategia americana unilterale  – occasione, con l’allentarsi dei vincoli internazionali,  per le rivendicazioni di altre potenze – il mondo assomiglierebbe sempre più all’Europa di inizio Novecento, quando gli imperi si sfidarono provocando una guerra che tolse loro la potenza che avevano. La differenza è che oggi non rischierebbe un’area geografica particolare, ma il mondo intero, che non vedrà più prevalere alcun potere dopo un eventuale conflitto, ma conoscerà soltanto rovine.

    Immagine di apertura: Gli edifici del Pentagono, Wikimedia Commons

    Autore

    • Guido Bonarelli
      Guido Bonarelli

      Nato a Roma da famiglia di origine anconitana, si è laureato nel 1978 in Scienze Politiche e Sociali. Contemporaneamente agli studi universitari ha frequentato, nel 1975-77, un corso di giornalismo e un corso di diritto comunitario. In questi anni inizia la sua attività di volontariato con Associazione Italiana per la Gioventù Europea, Centro Giovanile per la Cooperazione Internazionale, Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, Comitato Italiano Giovani per l’UNICEF. Autore di articoli di approfondimento su problemi riguardanti le relazioni internazionali e a tema economico, collabora negli stessi anni con diverse riviste (tra le quali Tutti, Lettera del MSOI, Studi Cattolici). Avvia quindi, nel 1978 una lunga esperienza professionale in materia editoriale. Nel 2006, intraprende l’attività di imprenditore agricolo in Umbria, dando vita ad un’azienda agricola multifunzionale, insieme azienda biologica condotta con pratiche colturali ecocompatibili e agriturismo. In parallelo ha da sempre rivolto il suo personale impegno alla ricerca storica.

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